Attività letteraria

Se non interverranno ulteriori probleme, in novembre sarà pubblicato il mio primo romanzo (secondo in ordine di scrittura) dal titolo “Tutte le donne di Giorgio” (a scanso di equivoci esse sono la madre, la moglie, la figlia e il suo primo amore, Laura). Vi allego il primo capitolo, a mo’ di promozione. Esso è, in realtà, interamente autobiografico.   

Capitolo I – Laborioso risveglio. Settembre 1995

 

        Sentiva, uscendo faticosamente dal sonno, un rumore continuo, piuttosto intenso, fasti-dioso, sempre uguale. Lo accompagnava un altro, più attenuato, anch’esso continuo; di tanto in tanto, emergeva, dal buio intorno a lui, una luce fuggitiva, quasi un lampo, che, infatti, immediatamente si spegneva. Doveva essere, immaginò, il rumore di un veicolo che viaggiava nella notte, a forte velocità, sotto la pioggia, incrociando altri veicoli. Tutto ciò poneva a Giorgio (questo era il nome del presunto viaggiatore) delle domande, prima fra tutte: dove si trovava? Ma egli sentiva una grande stanchezza, una profonda spossatezza.

          Improvvisamente percepì che tutti i rumori erano cessati, udiva soltanto alcune voci sommesse; pensò confusamente che avrebbe dovuto svegliarsi del tutto…ma, il sonno tuttora

lo avvolgeva, perciò decise che era più saggio assecondarlo e ripiombò voluttuosamente in esso, mentre il suo cervello abbandonava, per così dire, ogni attività.

          Più tardi (quanto più tardi?) si risvegliò nuovamente. Questa volta, il rumore era costituito da un ronzio incessante, interrotto a intervalli irregolari, da un suono, simile a quello di

un campanello che fosse avvolto in un panno, e perciò reso sordo, e accompagnato da una viva luce rossa, lampeggiante, come se si trattasse di un allarme. Giorgio si sentiva troppo stanco per farsi delle domande e si assopì nuovamente.

          In realtà, egli si trovava nel reparto di rianimazione di un ospedale della sua città, dove era stato trasferito, con un lungo viaggio in ambulanza, da un altro ospedale, che si trovava nell’Est europeo, nel quale era stato ricoverato in seguito a un incidente automobilistico; ma, di tutto ciò, Giorgio non aveva coscienza, poiché si trovava in istato di coma farmacologico, dal quale, evidentemente, era uscito per alcuni brevi momenti di semi-coscienza. Successivamente, in seguito alle cure prestategli, i momenti di coscienza si presentarono con maggior frequenza e chiarezza, ma ci volle del tempo.

          Le cose che gli accadevano, le sensazioni che provava, erano confuse, disordinate nella loro successione, fatte di realtà, sogno, allucinazione, il tutto mescolato, apparentemente senza logica, come se il suo cervello fluttuasse, nella sua sede, senza riuscire ad ancorarsi saldamente ad alcunché. I ricordi che, nebulosi, poco per volta, emergevano nella sua mente erano legati ai momenti precedenti l’incidente che aveva determinato la sua attuale situazione; di quei momenti, voglio dire, non dell’incidente in sè. Si era messo alla guida, subito dopo pranzo, stanco e nervoso. Poche ore prima, gli amici che viaggiavano con lui, uno sulla sua vettura, altri due su di un’altra, avevano espresso il desiderio di proseguire verso Nord; Giorgio era contrario: il viaggio sarebbe divenuto, a suo giudizio, eccessivamente lungo e faticoso. Perciò aveva deciso di separarsi dai compagni e si era diretto verso casa, da solo, sotto una pioggia battente; avrebbe dovuto percorrere circa settecento chilometri, ma soltanto dopo due o tre si era fermato, contro un mezzo che procedeva in senso contrario al suo. Non ricordava l’impatto, né mai se ne sarebbe ricordato in seguito; ricordava soltanto di essersi trovato al di fuori

del proprio corpo, qualche metro sopra il luogo dello scontro e di aver valutato di lassù che l’incidente non poteva essere evitato; vedeva il proprio corpo, proiettato sul sedile posteriore della vetture e le sue gambe incastrate tra i due anteriori. Ricordava poi che, dopo essere rientrato nel proprio corpo e prima di perdere i sensi, due uomini, a colpi di mazza, sfondavano quel che restava della sua automobile, per estrarlo da essa. Ricordava che, risvegliatosi in ospedale e con il respiro affannoso, aveva potuto telefonare, col suo cellulare, provvidenzialmente recuperato e restituitogli dalla polizia, a suo figlio, per dirgli dell’incidente e dove si trovasse. Ricordava infine il medico che, visitandolo, gli parlava in una lingua a lui sconosciuta…poi…più nulla.        

          Ora aveva compreso di trovarsi in un ospedale; valutava di esservi da due o tre giorni, ma non si rendeva conto della gravità delle sue condizioni e riteneva, assurdamente, che, appena si fosse riavuto da quel suo strano torpore, avrebbe potuto riprendere il viaggio.

          D’altronde, a parte quello stordimento, non avvertiva alcun dolore. In realtà, quando faceva queste considerazioni, era ricoverato, tra l’uno e l’altro ospedale, già da tre mesi; era stato in grave pericolo di vita e, tuttora, tale pericolo non era del tutto scongiurato, a causa dei notevoli danni che aveva riportato: il quasi completo sfondamento della cassa toracica, che per poco aveva resistito al collasso completo, che gli sarebbe stato fatale; le conseguenti lesioni polmonari che gli rendevano difficile la respirazione; il trauma cranico, fortunatamente, quest’ultimo, piuttosto lieve. Più tardi cominciò a rendersi conto della precarietà del suo stato e pensò che non gli restava che pregare – cosa che faceva di rado – ma constatò, con terrore, di non poter mantenere la concentrazione necessaria per farlo, perché, recitando un Padre nostro, non riusciva, confondendo le parole, ad arrivare alla fine della pur breve e familiare preghiera.

          Le sue percezioni erano delle allucinazioni, se questo termine può essere impiegato in relazione alle sue sensazioni; una volta, per esempio, credette di essere a bordo di un aereo e, giunto a destinazione, di non poter scendere, avendo i polsi legati ai braccioli della poltrona (in realtà, i suoi polsi erano legati al letto: in tal modo gli veniva impedito di alzarsi, come più volte, inconsapevolmente, aveva tentato di fare); un’altra volta gli parve di trovarsi in un vasto prato, nel quale, vari gruppi di persone, sparsi qua e là, si intrattenevano in conversazioni; egli era in compagnia di due graziose fanciulle elegantemente vestite di bianco (le infermiere) che, sorridenti, chiacchieravano tra loro e con lui, senza badare a ciò che lo metteva in grave imbarazzo, e cioè che era praticamente nudo, vestito soltanto di una corta tunica (in realtà, il cosiddetto telo, unica copertura di cui erano dotati tutti i degenti del reparto), insufficiente a coprire la sua nudità. Il più delle volte, però, queste allucinazioni, somigliavano a degli incubi, come quando credette di trovarsi su di un treno che, inoltrandosi in una valle, veniva sommerso dalla neve: aveva tentato di gridare per chiedere aiuto, ma la voce non gli usciva (infatti, nella realtà, era tracheotomizzato).

          A queste e numerose altre allucinazioni, si alternavano momenti in cui, Giorgio percepiva la realtà, sia pur confusamente, in modo corretto. In uno di questi momenti, si chiese come mai, se stava così male, nessuno dei suoi parenti venisse a trovarlo. Veramente, molti erano andati, ma lui, per parecchio tempo, non se n’era reso conto, forse perché le visite, per la singolarità del reparto in cui era ricoverato, erano ammesse soltanto al di là di un vetro, senza possibilità di accedere presso i singoli degenti.

          Tuttavia ci fu un’eccezione (ma fu sogno o fu realtà? Giorgio la percepì come  realtà: di lì a qualche mese ne ebbe conferma). Si trovava, un giorno, immerso nel suo consueto assopimento, quando si accorse della vicinanza di qualcuno. Due persone, non le solite infermiere, stavano parlando tra loro a bassa voce, probabilmente in merito alle sue condizioni; poi una – il medico – si allontanò, l’altra rimase, per un certo tempo in silenzio; Giorgio non la poteva vedere, a causa della penombra e più ancora perché lui, molto miope, non aveva gli occhiali, finiti miseramente nell’incidente; capì che si trattava di una donna; un brivido gli corse lungo la schiena, quando costei gli prese la mano, perché, quella mano nella sua, gli era nota e questa conoscenza, incredibilmente, risaliva alla sua giovinezza, a trentacinque anni prima. Poi giunsero le parole da una voce che egli aveva amato, la voce di una donna, Laura, che aveva amato…che amava tuttora… dicevano – mai le avrebbe dimenticate – in tono sommesso e allo stesso tempo affettuoso: « Non azzardarti a morire, Giorgio, io non te lo permetto…devo anco-ra dirti delle cose…». 

Certamente non fu quest’incontro, ma le grandi capacità e la grande professionalità di chi – medici ed infermieri – lo aveva in cura, ad accelerarne il ristabilimento: di lì a qualche giorno, infatti, scomparse le allucinazioni, Giorgio uscì dalla rianimazione e fu trasferito in un altro reparto per la riabilitazione, dove potè godere della frequente compagnia dei suoi cari, accanto al suo letto. Venne sua madre; venne suo fratello; vennero i suoi figli Anna e Riccardo; venne la sua ex moglie Elisa; venne perfino, una sola volta, il compagno di lei; vennero in molti, parenti, amici, colleghi di lavoro e, tra questi ultimi, Alfonso, fratello di Laura; ma non venne Laura; per le parole che ella doveva ancora dirgli, avrebbe dovuto attendere ancora.

          Ben presto fu dimesso dall’ospedale; erano passati cinque mesi dall’incidente, la vita poteva riprendere il suo corso normale.       

                    

Processo Tommasoli

Mia lettera pubblicata da L’Arena il 09/04

        E così tutti i responsabili della morte di Tommasoli sono usciti dal carcere. Non venitemi a dire che è stata rispettata la legge, che sono stati concessi i domiciliari perché non c’è pericolo di fuga, non c’è pericolo di reiterazione. etc. La loro scarcerazione è giustizia formale, ma ingiustizia sostanziale. Non vorrei essere uno dei loro avvocati: è giusto difendere anche i colpevoli, certamente, con tutti gli argomenti; ma, io mi chiedo, si  può dormire sereni la notte?



 

Crisi economica

Considerazioni sulla ricchezza

A mio giudizio, per diventare ricchi, sono necessarie almeno due delle seguenti ‘qualità’: essere bravi/intelligenti, essere fortunati, essere ladri (in questa categoria vanno inseriti i grandi evasori fiscali e molti banchieri).

Due di queste ‘qualità’ possono bastare; una soltanto non basta.

Con nessuna di queste ‘qualità’, probabilmente si diventa barboni.

Una persona intelligente e capace, riuscirà sempre a cavarsela, ma, se non ha fortuna e non vuole darsi al furto, non approderà mai alla ricchezza. Una persona fortunata (per esempio il vincitore di una lotteria) che non sia capace di gestire la fortuna che gli capita, vedrà svanire rapidamente la sua ricchezza. La stessa cosa si può dire dei ladri.

Possedere tutte e tre queste ‘qualità’, oltre che ricchi rende potenti.   

E’ questo il caso dei boss mafiosi. (Mi limito a questo esempio, perchè altri che vorrei fare, mi causerebbero, se fossero resi pubblici, qualche denuncia).

Tra le persone ricche, ci sono, indubbiamente, gran parte dei politici, in forza del fatto che sono intelligenti e fortunati (non voglio pensare che qualcuno di loro, supplisca alla mancanza di una di queste qualità, con il furto).

Tutto questo per dire che, vista la situazione di grave crisi, che porta molte famiglie sul limite, o anche oltre, della povertà, non sarebbe male che i politici dimostrassero di possedere un’altra qualità, che non ha niente a che vedere con la ricchezza, ed è lo spirito civico e perciò rinunciassero, almeno temporaneamente, ad un 20-30 % delle loro entrate a favore delle famiglie in difficoltà. Capisco benissimo che ciò non risolverebbe nessun problema, ma servirebbe come esempio utile a darci maggior fiducia nei confronti dei nostri governanti, e nei confronti del futuro delle giovani generazioni.   

 

 

Turisti a Verona

Anni fa, mi è capitato di vedere un dépliant, relativo ad un viaggio organizzato, per turisti statunitensi in Italia. Il viaggio, molto breve, prevedeva la visita a quattro città: Roma e Venezia, in modo più accurato e poi, di sfuggita, Pisa e Verona. Venivano indicate le ragioni di questa scelta. Ovvie per quanto riguarda Roma, meno ovvie per Venezia (la città dei canali, come se Palazzo Ducale, per fare un esempio, fosse bello solo perchè si affaccia sulla laguna). Banale per Pisa (la torre pendente,che, in verità, è un capolavoro in sè, non certo per la sua pendenza); Addirittura deprimente per Verona, la cui visita era limitata alla casa di Giulietta, che, come è noto è un falso: il balcone, di una tipologia del tutto inesistente nel medioevo, è in realtà un sarcofago. Per conoscere Giulietta ( e Romeo) non occorre venire a Verona, basta leggere Shakespeare.

Ateismo

Nello scorso gennaio c’è stata una polemica relativa a certa propaganda che era stata proposta da alcuni gruppi professanti l’ateismo. Ho espresso la mia opinione in una lettera all’Arena

Verona, 22/01/09

In merito alla difesa dell’ateismo. Sono un cittadino italiano, appartenente cioè ad una nazione dotata di una Costituzione che riconosce, a tutti, la libertà di culto (e non culto).

Per questa ragione e per intima convinzione, riconosco il pieno diritto agli atei di manifestare e propagandare il loro pensiero. Da parte mia, manifesto liberamente la mia fede cattolica, ma, come diceva Voltaire, mi batterò sempre perchè tutti possano esprimere liberamente le proprie idee, e sempre le rispetterò. Vorrei soltanto fare un appunto: trovo antistorico che alcuni atei definiscano gli ultimi 2009 anni come ‘era vigente’ anziché ‘dopo Cristo’ perché l’evento Cristo è, comunque la si pensi, l’evento fondamentale per tutta la civiltà Occidentale. Vorrei inoltre precisare che ho parlato di idee. All’antisemitismo del Sig. Bellazzi, non riconosco la dignità di ‘idea’: si tratta soltanto di un meschino (e purtroppo tragico) pregiudizio, verso il quale non ritengo di dovere alcun rispetto.

    

 

Tradizionalisti

Recentemente il giornale cittadino ha riportato in cronaca i fatti relativi a una manifestazione organizzata dai tradizionalisti durante la quale è stata ammainata la bandiera italiana. C’è stato l’intervento di alcuni esponenti di AN, che si sono ribellati a quell’azione e si è sfiorata la rissa. Personalmente ritengo che ammainare il tricolore sia un atto quasi sacrilego. Un inammissibile affronto all’unità nazionale e a tutti coloro che in vita o col sacrificio della stessa hanno servito la patria (parola in disuso quest’ultima, ma che per me continua ad avere il valore che mi avevano insegnato da ragazzo). Per quanto riguarda i tradizionalisti che sincontrano nella chiesa di S. Toscana per ascoltare la messa preconcilare in latino, avevo a suo tempo scritto due lettere all’ Arena che di seguito riporto  

 

 

Verona, 27/08/2008

 

 

Piacerebbe anche a me partecipare ad una Messa in latino. Riandrei agli anni della mia adolescenza, alla mia Fede di allora, ingenua, ma sincera. Sarei in grado, come allora, di capire e

di pronunciare correttamente le preghiere e le formule in latino, dato che ho avuto la possibilità di studiare, a differenza di molti che, inevitabilmente, storpiavano, e storpierebbero oggi, quella bellissima lingua. Mi piacerebbe, ma non lo farò, perché, in questo contesto, ciò equivarrebbe ad esprimere un consenso nei confronti di quei gruppi tradizionalisti che, della Messa in latino hanno fatto una bandiera e che vivono il Cristianesimo con spirito elitario ed antiecumenico e, per ciò stesso poco evangelico.

La Messa in lingua corrente, aiuta i popoli ad avvicinarsi alla Fede; perché mai un cristiano africano o asiatico, dovrebbe assistere ad una funzione sacra, espressa in una lingua per lui totalmente incomprensibile, estranea alla sua cultura e che non è nemmeno la lingua di Gesù?

Ma i tradizionalisti forse preferirebbero che non ci fossero cristiani neri o gialli (dico questo pensando alla loro vicinanza con alcuni gruppi di estrema destra, palesemente razzisti).

Quanto poi alla evocazione fatta da alcuni tradizionalisti, del Sacro Romano Impero, ciò appartiene al lato comico della questione.

 

Verona, 20/04/09

 

 

 

       Oggi si tiene la conferenza – incontro pubblico su Le Pasque Veronesi. Il sottotitolo: Quando Verona insorse contro Napoleone, mi ha ricordato una macchietta che,

anni or sono, Puliero presentò in televisione. In essa l’attore personificava un tifoso del Chievo che, alla domanda di quanti fossero i tifosi che avevano seguito in trasferta la squadra del cuore, rispondeva: “na marea…Erimo in quatro…”

        Ecco, i veronesi che si rivoltarono contro Napoleone erano poco più di quattro (degni comunque di rispetto come tutti coloro che combattono per ciò in cui credono), per cui il sottotitolo è quanto meno eccessivo. Si potrebbe parlare di falso storico, ma ciò darebbe all’evento (si fa per dire) un’importanza che non ha, avvicinandosi più al grottesco che allo storico. Si ricordano infatti persone che non avevano capito la portata di quelle tre parole che Napoleone stava portando in tutta Europa (Liberté, Egalité,

Fraternité). Purtroppo qualcuno, a distanza di duecento anni, non l’ha ancora capito.

 

 

Sharon Tate

Di seguito pubblico l’articolo originale che avevo scritto per la mostra all’Arsenale, senza le correzioni che vi sono state apportate

Sharon nasce a Dallas il 24 gennaio 1943, muore – i miei coetanei lo ricorderanno certamente – massacrata nella sua villa, assieme al suo bambino (era incinta; il padre era il regista Roman Polanski) da una setta di fanatici a 26 anni. Era bella Sharon: io la ricordo benissimo. E’ vero che quando l’ho conosciuta lei aveva soltanto 13 anni e mezzo, ma aveva già l’aspetto di una giovane donna. Sharon ha abitato a Verona per un certo periodo (almeno un anno) tra il 1956 e il 1957. Era a Verona in qualità di figlia (non certo, ovviamente, di moglie come qualcuno ha scritto) di un ufficiale americano, il colonnello Tate. Non saprei dire con certezza dove abitasse, credo però in via Risorgimento. Il nostro gruppo di adolescenti si ritrovava infatti in quella zona e qui si era incontrato (era l’estate del 1956) con i numerosi coetanei americani. A quei tempi, il luogo dei giochi, per i più piccoli, e dei primi incontri, per gli adolescenti, anche con le giovani ragazze (in gruppo ovviamente) era la strada. Difficilmente c’erano scambi di visite in casa. Soprattutto con gli americani, che diffidavano di noi (non i ragazzi, ma i loro genitori, che si comportavano a tutti gli effetti come truppe d’occupazione in un paese potenzialmente ostile: c’erano troppi comunisti tra noi italiani).

Faccio una digressione. Negli anni ‘50 c’è stato un boom edilizio in quella parte di Borgo Trento grosso modo racchiusa tra via IV Novembre e il Lungadige Cangrande (che allora si chiamava ancora Attiraglio. Nella prima metà degli anni ’50, il boom riguardò soprattutto via Camozzini, via Risorgimento, nella parte verso il ponte (che allora non c’era ancora: fu inaugurato nel 1968), Viale della Repubblica, nella parte che fiancheggia le mura dell’Arsenale e via Arsenale stessa. Nello stesso periodo, la NATO decise di sistemare in vari appartamenti i propri ufficiali e sottufficiali che avevano portato in Italia le loro famiglie. Perciò ne affittò un numero cospicuo proprio in questa zona (in certi palazzi, più della metà degli inquilini erano ufficiali stranieri), assegnandoli, a chi ne avesse bisogno, per il periodo di permanenza, che normalmente era di tre anni, salvo diversi incarichi. Ho parlato di ufficiali stranieri: infatti, se la maggioranza era costituita da americani, c’erano anche inglesi, canadesi e francesi (De Gaulle non aveva ancora portato la Francia fuori dalla NATO, che per i francesi é OTAN – Organisation du Traité de l’Atlantique du Nord). Per fare un esempio, nella casa in cui abitavo (14 appartamenti) tre erano occupati da ufficiali della NATO. Quello immediatamente sotto il nostro, in via Arsenale 52, fu occupato successivamente da un colonnello francese, di La Rochelle, che divenne famoso in tutta la casa per i suoi starnuti, da Guiness dei primati: arrivava a farne più di venti di seguito; poi dalla numerosa famiglia (4 figli) di un ufficiale americano, che aveva l’abitudine, alla mattina, di fare colazione con bacon and egg, fritti in abbondante cipolla, i cui effluvi arrivavano ovviamente alla saletta in cui più modestamente noi facevamo colazione a caffelatte e pane raffermo (così si faceva allora anche nelle case dei benestanti). La più piccola della famiglia, si chiamava Barbara, aveva 5-6 anni, era molto graziosa e simpatica e si divertiva da matti quando la caricavo sulla canna della mia bicicletta e la portavo a spasso per il quartiere; aveva soltanto un occhio, l’altro glielo aveva strappato un gatto. Infine venne un generale francese, di origine còrsa, anche questo con una famiglia numerosa, ma con figli, tranne l’ultimo, già grandi. Quando ripartì, lasciò due figlie in Italia, sposate ad amici miei. Ben diverso era infatti l’atteggiamento dei francesi, da quello degli americani. Questi ultimi costituivano un circolo chiuso; non avevano bisogno di nulla dagli italiani: avevano il loro spaccio, dove si rifornivano di tutto, dal cibo al vestiario, avevano il loro cinema, avevano la loro Military Police, che girava per la città in divisa con il manganello ben in vista e metteva agli arresti quei militari che recassero disturbo in città (il sabato sera non erano pochi gli sbronzi tra loro). Per inciso va detto che allora come oggi, gli americani non ammettevano che, nei riguardi dei loro connazionali militari intervenisse l’autorità italiana (vedi il caso dell’incidente alla funivia del Cermis, vedi caso Calipari).

Tornando al gruppo di ragazzi di cui faceva parte Sharon, organizzammo una specie di festa da ballo, anche se nessuno di noi sapeva ballare; il luogo prescelto fu l’ampia terrazza di un mio cugino all’Incis; la musica era fornita dai 78 giri che possedevamo (pochi) integrati da quelli dei ragazzi americani che, acquistati nel loro spaccio, erano made in Usa. Tra questi dischi ce n’era uno che loro consideravano rivoluzionario e che, dicevano, avrebbe cambiato il modo di fare musica in tutto il mondo. Faceva parte della colonna sonora di un film che per loro era già un cult, con un attore (morto sei mesi prima) che era già, per loro un mito. Avevano ragione: il disco era Rock around the clock, considerato il primo fondamento del rock and roll; il film era Gioventù Bruciata, che forse non era ancora arrivato in Italia e comunque non conoscevamo; l’attore, tuttora un mito, era James Dean.

  

 

 

 

Borgo Trento com’era

Sono nato nel luglio del 1942, in via Nino Bixio, al n. 25 (a quei tempi generalmente si nasceva in casa, non in Ospedale). Quella casa non c’è più: quando sarò morto, non sarà possibile esporre una lapide con le fatidiche parole: “In questa casa nacque etc. etc.”

Via Nino Bixio era, già dall’anteguerra, interamente fiancheggiata da case, dal Ponte Garibaldi all’incrocio con l’attuale via Ciro Menotti. Si trattava quasi esclusivamente di villette, costituite da un piano rialzato e da un primo piano, tutte con giardino, talvolta molto ampio, alcune di pregevole fattura, altre molto semplici, quasi tutte oggi scomparse. Le stesse cose si possono dire per le adiacenti via Anzani, via dei Mille, via Bezzecca, via delle Argonne, lungadige Matteotti, via Prato Santo, via Rovereto (non interamente), via Ciro Menotti (nel solo lato est), via Carlo Ederle,  piazza Vittorio Veneto (non interamente), per il lato sud di via Farinati degli Uberti  (non Farinata: la via infatti non è dedicata al personaggio dantesco, ma alla medaglia d’oro della prima guerra mondiale, eroe della marina, Tolosetto Farinati degli Uberti) e le sue traverse in direzione sud. Nell’immediato dopoguerra era rientrato in Italia dagli USA, ed era

tornato nella casa di famiglia al n. 23 di via Nino Bixio, il cantante Nino Martini, portando con sè una Buick, una moglie americana ed una quantità industriale di chewing gum (che noi ragazzini chiamavamo ciuinga e i più grandi stracaganase). In qualità di amico di suo nipote, mi capitò anche di fare qualche giro in jeep, portata dai militari americani.

A nord est di Via Nino Bixio, c’e via Goffredo Mameli, lungo la quale le case erano molto modeste; mentre le vie che ho sopra citate erano abitate dalla borghesia benestante, se non ricca, via Mameli era di carattere popolare, fino alla villa Rossi, con l’ampio parco che sale in parte sulle incipienti colline. Io la percorrevo tutte le mattine per andare a scuola, alle elementari Antonio Provolo. Il fabbricato (in seguito abbattuto e riedificato) si trovava tra Via Mameli e via Ce-siolo, dalla quale si entrava. Sul percorso incontravo in successione: i binari del treno Verona – Caprino, il salumiere dal quale mia madre faceva la spesa (ma, da quando, credo nel 1949, fu installato il telefono, la spesa veniva ordinata al telefono e portata a domicilio da un garzone), un’osteria, il cartolaio presso il quale, tra l’altro, compravo i pennini (ce n’erano da 2-3-4-5 Lire) e infine, pare incredibile, un maniscalco (quello che metteva i ferri ai cavalli; lo dico a beneficio dei più giovani che forse non ne hanno mai sentito parlare).

La scuola risentiva, com’ è ovvio, della eterogeneità della popolazione che ospitava. Era abbastanza netta la distinzione che allora era fortemente sentita, tra figli di borghesi e figli di proletari, tra i quali c’erano i primi immigrati dal Sud.

Devo dire che la differenza era anche culturale: nella famiglie borghesi un po’ di cultura si respirava, c’erano libri e si parlava in italiano; la qualità di vita del proletariato era veramente bassa, complice il disastro della guerra appena conclusa. Non dico che ci fosse la fame… ma quasi. Ricordo che veniva in classe un addetto a somministrare ad alcuni miei compagni un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo per irrobustirli; ricordo che una mia compagna (che portava il suo grembiulino bianco sempre lindo e in ordine e un fiocco nei capelli), orfana di guerra, abitava con la madre in una galleria delle mura cittadine in attesa di avere una casa. La maestra, diplomatasi evidentemente nel periodo fascista, aveva mantenuto la sua fede e la sua mentalità fascista, accompagnata da un’autentica venerazione per la monarchia e mitigata da una specie di socialismo alla De Amicis (vedi a questo riguardo l’Elogio di Franti in “Diario minimo” di Umberto Eco), che consisteva nella convinzione che fosse dovere dei borghesi trattare con giustizia e rispetto i proletari, a condizione che essi rimanessero tali. Il luogo dei giochi erano le strade dove il traffico automobilistico era lontano anni-luce dall’attuale. In via Nino Bixio e in via Mameli, per il vero, un qualche traffico c’era. In via Nino Bixio transitava la filovia n. 2, il cui percorso era: Ospedale – via Bixio – San Giorgio – P.za Isolo – P.te Nuovo – P.za Viviani – P.za Erbe – C.so Porta Borsari – C.so Cavour – Castelvecchio – Stazione di P.ta Nuova; inoltre c’erano il traffico verso  l’Ospedale e quello dei residenti possessori di un’autovettura (non molti in verità almeno fino al ’53, anno in cui la mia famiglia traslocò). Se via Nino Bixio non era adatta al gioco, lo erano alcune vie vicine: via Ciro Menotti (ma allora non si chiamava così), essendo asfaltata, era adatta a disegnarvi col gesso le piste per giocare a “cuercioleti”. La pista occupava una metà della carreggiata, cosicché le rare automobili di passaggio potevano rispettare il nostro gioco, passando nell’altra metà. Via Missori invece non era asfaltata; del resto era costituita da un breve tratto davanti all’unica casa che vi era sorta (architettonicamente interessante, ma abbattuta in tempi non lontani). Noi ne facevamo un campo di calcio, utilizzando come pali qualche sasso preso dal cantiere per la costruzione della casa che sorge all’angolo tra via Missori e via  G.B. Da Monte.

Gli altri divertimenti possibili erano i seguenti: il calcetto (calcio Balilla per i nostalgici), nell’unico bar di via Mameli; il ping-pong, in una saletta della parrocchia di S. Giorgio (dove, nel chiostro, si poteva anche giocare a calcio), i pattini a rotelle nell’area tra S. Giorgio e la torretta, lungo l’Adige (io non praticavo questo sport, mi interessava soltanto quando, a undici anni cominciai a guardare le ragazzine [forse meglio dire bambine], specie quando cadevano e mostravano le mutandine), lo scambio di figurine ovunque (ricordo ancora quel benedetto Schotte, n. 37 della collezione dei ciclisti, che non si riusciva a trovare). I più grandi poi coltivavano un’autentica attività sportiva consistente nella discesa a rotta di collo sulla strada delle torricelle, soprattutto sul cosiddetto ‘salitone’ con i ‘caretini’  veicoli costituiti da un piano di legno rettangolare montato su due assi, dei quali l’anteriore era manovrabile con un rudimentale manubrio. Le ruote erano costituite da cuscinetti a sfere. Si viaggiava distesi a pancia in giù a pochi centimetri dall’asfalto. Immagino che ci sarà stato molto lavoro per i dentisti. Ulteriori divertimenti estivi (ma qui parliamo già di adulti) sono stati una ‘balera’ in via Cesiolo che funzionò, credo, fino al ’46, e un cinema all’aperto, vicino alla chiesa

di S. Giorgio, che funzionò almeno fino al 1948, con grande disappunto del parroco… ma, finita la guerra, anche i veronesi volevano divertirsi e vedere tutti i vecchi film americani che nel ventennio non avevano potuto gustare.

Ma torniamo a via Missori.  Come ho detto era costituita soltanto da pochi metri. Cosa c’era dopo? C’era uno stretto viottolo tra due siepi che se non ricordo male, si divideva poi in due tronchi. Noi ragazzini ci andavamo a caccia delle numerosissime lucertole per il solo barbaro gusto di ucciderle o peggio (la crudeltà infantile è, credo, territorio ancora da esplorare). Quindi tutto il quadrangolo definito da via Ciro Menotti, via Farinati degli Uberti, via De Lellis e via G.B. Da Monte era campagna; c’era anche una casa colonica, più o meno dove ora è largo Marzabotto, che, al pari di via XXIV maggio non esisteva, con campi coltivati e animali da cortile. (Del resto, anche nel nostro giardino, in via Nino Bixio, c’è stato un pollaio: durante la guerra, avere delle uova fresche non era cosa da poco).     

Nel 1953 la mia famiglia si trasferì in via Arsenale al n. 52.  Visto il numero civico si suppone che la strada sia piuttosto lunga; si scopre invece che essa comincia con il n. 48. Come si spiega?  E’ presto detto: la via Arsenale, negli anni cinquanta cominciava dove finisce Via Nino Bixio. perpendicolarmente ad essa, per raggiungere piazza Vittorio Veneto (questo tratto è oggi via Ciro Menotti), proseguiva oltre la piazza (l’odierna via Todeschini), raggiunto quasi l’Arsenale, svoltava ad angolo retto verso l’Adige (odierno tratto di Viale della Repubblica) e quindi, sempre ad angolo retto, svoltava a sinistra fino a raggiungere piazza Arsenale (tratto che ha mantenuto il nome).  Vediamo in dettaglio il percorso. Di via Ciro Menotti ho già detto. Piazza Vittorio Veneto, prima di assumere l’attuale, ha cambiato più volte assetto: a fine anni ’40 era come adesso, salvo che al posto del giardino c’erano sterpaglie e mucchi di macerie; successivamente la piazza venne tagliata da una strada che congiungeva le attuali vie Ciro Menotti e via Todeschini; in seguito, quando venne aperta via XXIV maggio, fu tagliata diagonalmente per unire via XXIV maggio con via IV Novembre, prima di prendere l’attuale aspetto. Naturalmente non c’erano né la chiesa né la parrocchia di San Pietro Apostolo. Borgo Trento si divideva tra le parrocchie di San Giorgo e di Sant’Eufemia. La nuova parrocchia fu istituita intorno al ’56, prima che fosse costruita la chiesa: usufruì nell’attesa della cappella delle cosiddette Suore Spagnole (Istituto De Vedruna) in via Camozzini, il parrocco si chiamava Don Flavio. Analoga vicenda riguardò vent’anni dopo l’ulteriore parrocchia istituita nel Borgo, quella di S. Francesco d’Assisi (primo parroco l’amatissimo don Gianfranco) che prima di occupare l’attuale sede ricavata in un capannone dell’Arsenale, ha vissuto in uno scantinato all’angolo tra via Todeschini e viale della Repubblica. Tornando a via IV Novembre, essa, sempre a fine anni ’40 era pressoché vuota di costruzioni: c’erano soltanto i palazzi, tuttora esistenti allo sbocco su piazzale Cadorna, la costruzione, anch’ essa ancora esistente, adibita fino agli anni ’90 ad Ufficio di collocamento, la villa con giardino all’angolo con via Anzani e le case, ora ricostruite, allo sbocco su piazza Vittorio Veneto. Via Todeschini era a carreggiata unica. C’erano poche ville soltanto sul lato ovest e una bassa e molto modesta costruzione che ospitava alcuni negozi, tra cui una latteria che forniva, a domicilio, tutto il quartiere, ogni mattina, del latte quotidiano, un salumiere e un tabaccaio. Ho comprato là, le mie prime sigarette. Allora era consentito acquistarle sfuse, in numero variabile, anche una soltanto; con due amici andavamo a comperare la nostra sigaretta quotidiana e, poiché avevamo gusti diversi, ne prendevamo tre di tre marche diverse. una Giubek, una Africa, una Nazionale; al che il mitico tabaccaio Cailotto ci chiedeva; «volìo anca mesa Alfa?». Tra via Todeschini e via IV Novembre c’erano campi incolti. All’altezza di via Monte Pasubio (che era completamente contornata di case, come l’attigua via Gen. Giardino e, per il tratto che giunge all’incrocio con via Camozzini, anche via Risorgimento), un viottolo univa le due strade, e ciò fino ad anni ’50 inoltrati. Tra le due vie c’era anche un ridotto campo di calcio: ricordo di averci giocato nel ’57 o nel ’58.  Infine viale della Repubblica. Esso finiva all’angolo con via Arsenale. Si poteva proseguire, verso l’Adige, soltanto a piedi per un viottolo che prima raggiungeva il piccolo santuario della Madonna, molto frequentato nelle sere di maggio, per la recita del Rosario, poi, discendeva fino al livello dell’Adige mediante un puzzolente sottopasso del lungadige.      

Alberto Signorini, Via Chesta 5 – Verona – 29/10/2008

 

auguri

lettera da me inviata all’Arena ad inizio anno Con l’inizio dell’anno desidero porgere ai miei concittadini i migliori auguri perchè si realizzino i loro più vivi desideri. Quali sono? Ciò che da sempre, in tutti i luoghi,ogni popolo desidera: panem et circenses. Per quanto riguarda il primo, reso meno sicuramente raggiungibile a causa della crisi economica, non servono auguri: ci penserà San Tremonti, sotto l’ala di padreterno Berlusconi, con la protezione del patrono dei popoli nordici,fratel Umberto. Per quanto attiene ai circenses, auguro ai veronesi che: – si realizzi al più presto la vendita di Palazzo Forti ed il ricavato sia destinato non alla cultura, della quale non ci interessa niente, ma alla risoluzione del problema più spinoso della città, che è la sorte dell’Hellas Verona. Non è più tollerabile infatti che ai nostri tifosi della curva sud non sia possibile menare le mani con tifoserie di città importanti. – che si discuta per altri dieci anni almeno sul dilemma traforo sì traforo no, in modo che gli abitanti di Veronetta, già privilegiati dalla presenza di una piazza (Isolo) che ricorda loro la fugacità della vita umana, possano continuare a godere dei festosi rumori del traffico e tutti i veronesi possano allietarsi alla vista dei folkloristici raduni di quelli del fronte del no. – che vengano estirpate tutte le panchine da tutti i giardini di Verona, in modo che i barboni, i fannulloni e gli extracomunitari, siano indotti a stendersi per terra, in modo decisamente più ecologico (per l’amministrazione comunale: non sarebbe più ragionevole tenere le panchine e cacciare i disturbatori, anzichè tenere i disturbatori e togliere le panchine?) Ho buone e fondate speranze che i miei auspici si realizzino. Auguri!