Alcune considerazioni sull’immigrazione

Questo testo è stato da me proposto per la prossima pubblicazione su giornalino parrocchiale (parrocchia di S. Pancrazio al Porto.

Alcune considerazioni sull’immigrazione.

L’immigrazione nel nostro paese di numerosi cittadini provenienti dai paesi poveri del mondo, costituisce, sarebbe inutile negarlo, un problema. Le differenze culturali e religiose rendono difficile l’integrazione e anche se, per un buon cristiano, che ha letto il Vangelo e conosce, per esempio, la parabola del Buon samaritano, il dovere dell’accoglienza con spirito fraterno è evidente, molti pensano che sarebbe meglio che tutta questa gente stesse a casa propria.

Tra gli immigrati, inoltre, non ci sono soltanto individui mossi dalle condizioni di povertà estrema in cui si trovavano nel loro paese d’origine e intenzionati a lavorare nel nostro paese per guadagnare legittimamente il necessario, ma anche individui intenzionati soltanto ad approfittare dei beni disponibili presso di noi, per appropriarsene con il furto, la malversazione, la rapina, esercitando le lucrose attività dello sfruttamento della prostituzione e dello spaccio di droga. Ciò non deve meravigliare; pensiamo a tutti gli emigranti italiani che cento-centocinquant’anni fa hanno lasciato il nostro paese per le Americhe. La maggioranza di essi ha contribuito, con il proprio lavoro, allo sviluppo dei paesi in cui si sono recati, ma una minoranza, ha contribuito allo sviluppo della criminalità (Al Capone, Albert Anastasia, Lucky Luciano, Vito Genovese – i maggiori gangster degli Stati Uniti – erano tutti italiani).

Gli emigranti italiani, costretti a lasciare la patria, portando con sé soltanto la speranza di una vita migliore e lo struggente dolore per l’abbandono, probabilmente definitivo, delle proprie radici e dei propri affetti avrebbero preferito certamente rimanere, se fosse stata data loro questa possibilità. Allo stesso modo gli immigrati che numerosi – secondo alcuni troppo numerosi – raggiungono il nostro paese, preferirebbero rima-nere a casa loro. Ne sono impediti talvolta da persecuzioni politiche o razziali, più spesso dall’ impossibilità di sfamare i propri figli. Si può fare qualcosa per avviare a soluzione questi problemi. Si dovrebbero investire, da parte dei ricchi paesi dell’occidente, grossi capitali, avendo cura che tali capitali vadano realmente a creare sviluppo e non ad alimentare governi spesso corrotti o inetti che li userebbero principalmente per acquistare armi dall’occidente, arricchendolo ulte-riormente per questa via. Qualcosa apparentemente si fa. Ho visto qualche giorno fa un docu-mentario televisivo sul Perù: in esso si parlava, in termini elogiativi, di un investimento fatto da una multinazionale per irrigare una vasta area arida per poterla coltivare. Tutto bene dunque? Niente affatto, perché, in quella area non si coltivano frumento o patate o qualsiasi altra cosa per sfamare i denutriti abitanti, ma asparagi, destinati al ricco mercato statunitense o europeo, determinando un ingente guadagno per la multinazionale stessa. Molti altri esempi di questo tipo potrebbero essere fatti: invito le massaie che si recano nei supermercati del nostro quartiere a leggere la provenienza dei prodotti agricoli, anche i più banali (è obbligatorio per legge espor-la); scopriranno, oltre agli asparagi peruviani, fagiolini del Kenya, cipolle egiziane ecc. Tutte queste derrate vengono prodotte nei paesi africani a un costo molto basso dovuto al basso costo della mano d’opera e venduti da noi, spesso, al prezzo delle primizie, determinando notevoli guadagni per le multinazionali e nessun profitto per gli abitanti del luogo. Tutto ciò sta a indica-re che al colonialismo politico dell’otto-novecento, si è sostituito il colonialismo economico, inteso a sfruttare ancor più il terzo mondo, a nostro beneficio.

Si può pensare, andando così le cose, che si determinino, nel Sud del mondo, condizioni di vita accettabili? No. Così l’immigrazione, piaccia o non piaccia, non solo aumenterà ma diverrà un’autentica invasione e dovremo porci il problema di non essere scacciati dagli immigrati,  piuttosto che quello di respingerli.

Del resto, la storia insegna, tutto questo è già avvenuto. Negli ultimi decenni dell’impero roma-no, molti stranieri (barbari è la parola greca che significa appunto stranieri) entrarono, per lo più per esercitare il mestiere di soldato, che nessun cittadino romano voleva più fare. Da poche centinaia, divennero migliaia, poi fu una valanga. Fortunatamente questi barbari poco a poco si integrarono: assunsero la nostra cultura e la nascente religione cristiana, rinvigorirono la società e posero le basi per lo sviluppo futuro. Fu fondamentale l’alleanza che, dopo i primi conflitti, si stabilì tra papato e ‘barbari’ culminata con l’incoronazione in S. Pietro a Roma di Carlo Magno a imperatore di quello che sarebbe divenuto il Sacro Romano Impero. Oggi, ai nostri tempi, potrebbe accadere qualcosa di simile. Soprattutto l’Africa nera, che già sta dando un contributo importante alla Chiesa, potrebbe essere fonte di  rinnovamento per la nostra società.

Ma, diranno molti, qui, in Italia siamo a casa nostra; gli africani e gli asiatici saranno sempre

stranieri. A questi vorrei dire che noi italiani, singolarmente presi, siamo discendenti, in gran parte dei barbari che invasero l’Italia e se ne appropriarono a scapito dei precedenti abitanti;

siamo discendenti dei franchi, dei visigoti, degli ostrogoti, degli unni, degli ungari, dei vandali e soprattutto dei longobardi (non per niente una regione del Nord Italia si chiama Longobardia=Lombardia). Il nostro diritto a possedere questa terra a sud delle Alpi che chiamiamo Italia, che talvolta ci pare quasi diritto divino e quindi intoccabile, nasce in realtà dalla sopraffazione e dalla prepotenza dei nostri avi e si è reso legittimo successivamente, per il buon uso che i nostri antenati hanno fatto del territorio.

Da tutto ciò io deduco che nessuno può affermare di essere padrone del suolo che calpesta; la terra, nel suo complesso, la abbiamo soltanto in gestione come genero umano e chi si appropria delle sue risorse a scapito dei suoi simili, è peccatore di fronte a Dio.  

 

 

 

            

 

Arroganza del potere

a proposito della vicenda che vede coinvolti costruttori senza scrupoli e politici altrettali (Sacconi, Bertolaso…)

Mia lettera a L’Arena del 15 maggio

             Siamo alle solite. Alcuni importanti uomini politici sono stati colti nell’atto di approfittare della loro posizione per ottenere cospicui benefici in cambio di favori elargiti a personaggi che, anziché stare nel posto che a loro si addice, cioè le patrie galere, vivono nella ricchezza, mai sufficiente alla loro avidità. I politici di cui sopra sono in realtà dei piccoli uomini, il cui modo di operare è ben descritto dalla seguente definizione: arroganza del potere. Uomini resi ebbri dalla coppa del potere che gli elettori hanno loro consegnato (non io, però). La loro presenza nella capitale, sulla scena politica, giustifica ciò che, a suo tempo, Bossi diceva: Roma ladrona. Soltanto che, ora, quei politici sono divenuti suoi alleati e amici.  

          A questo proposito, a chi non lo avesse letto, consiglio “L’organo di Barberia”, struggente poesia di Jacques Prévert che allego in lingua francese e nella sua (scadente) traduzione in lingua italiana.  

          Per gli amici di Borgo Trento, allego la mia personale traduzione:

 

L’orgue de Barbarie

Moi le joue du piano

disait l’un

moi le joue du violon

disait l’autre

moi de la harpe moi du banjo

moi du violoncelle

moi du biniou…moi de la flûte

et moi de la crécelle

Et les uns les autres parlaient parlaient

parlaient de ce qu’ils jouaient.

On n’entendait pas la musique

tout le monde parlait

parlait parlait

personne ne jouait

mais dans un coin un homme se taisait:

“et de quel instrument jouez-vous monsieur

qui vous taisez et qui ne dites rien?”

lui demandèrent les musiciens.

“Moi je joue de l’orgue de Barbarie

et je joue du couteau aussi”

dit l’homme qui jusqu’ici

n’avait absolument rien dit

et puis il s’avança le couteau à la main

et il tua tous les musiciens

et il joua de l’orgue de Barbarie

et sa musique était si vraie

si vivante et si jolie

que la petite fille du maître de la maison

sortit de dessous le piano

où elle était couchée endormie par ennui

et elle dit:

“Moi je jouais au cerceau

à la balle au chasseur

je jouais à la marelle

je jouais avec un seau

je jouais avec une pelle

je jouais au papa et à la maman

je jouais à chat perché

je jouais avec mes poupées

je jouais avec une ombrelle

je jouais avec mon petit frère

avec ma petite sœur

je jouais au gendarme

et au voleur

mais c’est fini fini fini

je veux jouer à l’assassin

je veux jouer de l’orgue de Barbarie.”

Et l’homme prit la petite fille para la main

et ils s’en allèrent dans les villes

dans les maisons dams les jardins

et puis ils tuèrent le plus de monde possible

après quoi ils se marièrent

et ils eurent beaucoup d’enfants.

Mais

l’aîné apprit le piano

le second le violon

le troisième la harpe

le quatrième la crécelle

le cinquième le violoncelle

et puis ils se mirent à parler parler

parler parler parler

on n’entendit plus la musique

et tout fut à recommencer! 

 

 

L’organo di Barberia

Io suono il piano

diceva il primo

Io suono il violino

diceva il secondo

io l’arpa io il banjo

io il violoncello

io la cornamusa… io il flauto

e io la raganella.

E gli uni e gli altri parlavano parlavano

parlavano di ciò che suonavano.

Non si udiva musica

Tutti parlavano

parlavano parlavano

nessuno suonava

soltanto un uomo, in disparte, taceva:

“E voi che strumento suonate

voi che tacete e non dite nulla?

gli chiesero i musicisti.

“Io suono l’organo di Barberia

e mi diletto anche con il coltello”

disse l’uomo che fino ad allora

non aveva detto assolutamente niente”

e si fece avanti con il coltello in mano

e uccise tutti i musicicisti

e suonò l’organo di Barberia

e la sua musica era così vera

e così viva e così bella

che la figlioletta del padrone di casa

uscì da sotto il piano

dove giaceva

assopita per noia

e disse:

“Io giocavo con il cerchio

a palla prigioniera

giocavo con la paletta e il secchiello

giocavo a papà e mamma

giocavo a nascodino

giocavo con le mie bambole

giocavo con un ombrello

giocavo con il mio fratellino

e con mia sorellina

giocavo a guardie e ladri 

ma tutto questo è finito finito finito

ora voglio giocare all’assassino

voglio suonare l’organo di Barberia”

E l’uomo prese la fanciulla per mano

ed essi andarono nelle città

nelle case nei giardini

e ammazzarono più persone poterono

dopodiché si sposarono

ed ebbero tanti figli.

Ma

il maggiore imparò a suonare il piano

il secondo il violino

il terzo l’arpa

il quarto la raganella

il quinto il violoncello

e poi si misero a parlare parlare

parlare parlare parlare

non si udì più la musica

e tutto ricominciò da capo.

 

Che ne dite? Prévert è pessimista o, piuttosto, realista?

 

(Nota: in francese il verbo jouer sta a indicare sia il gioco: jouer avec les poupéss=

giocare con le bambole, sia l’esecuzione musicale: jouer du piano=suonare il piano)   

 

 

 

elezioni regionali

          Quali novità ha portato la recente consultazione elettorale?

Senza alcun dubbio una grande vittoria della Lega in particolare e della destra in generale. Dichiarazione generale dei principali esponenti della coalizione: adesso possiamo fare le riforme necessarie al paese. Osservazione: e perché fino ad adesso non le avete fatte? Già da due anni avete una larga maggioranza in parlamento. Risposta: in questi due anni il parlamento ha dovuto occuparsi principalmente dei problemi legali del Presidente del Consiglio.

          Cos’altro si può dire?

Si deve segnalare un fatto che, a pensarci bene, ha del grottesco. Avevamo un ministro dell’Agricoltura che, a giudizio degli addetti, ha ben operato e un governatore della regione politicamente equilibrato e amministrativamente efficiente, come hanno dovuto riconoscere anche le minoranze. Ora i ruoli vengono scambiati. Così avremo un ministro dell’Agricoltura incompetente e un governatore privo di esperienza. Questo prova che anche la Lega ha di mira più l’acquisizione e la gestione del potere che l’interesse dei cittadini.      

   

mia lettera a L’arena del 09/04

Tunnel

          A mio giudizio, l’opposizione alla costruzione del tunnel e della tangenziale nord di Verona non ha ragion d’essere, sia sul piano formale sia sul piano sostanziale.

          Sul piano formale si deve osservare che l’attuale sindaco aveva chiaramente espresso, prima di essere eletto, l’intenzione di procedere alla costruzione del tunnel. Eleggendolo a grande maggioranza, i cittadini hanno approvato questo proposito. La richiesta di referendum non ha senso. Il referendum c’è già stato: la votazione favorevole al sindaco costituisce di fatto il referendum. Si deve anche osservare che la nostra è una democrazia rappresentativa; si eleggono, sulla base dei programmi enunciati, i nostri rappresentanti che sono chiamati a operare in conseguenza. Se non ci piace ciò che fanno, li puniremo togliendo loro il voto alla prossima elezione.

         Sul piano sostanziale. Si dice che viene aperta un’autostrada in città. Non è esatto. Si dovrebbe dire che viene aperto un nuovo percorso autostradale oltre a quello già esistente che unisce Porta Vescovo a via Mameli attraverso piazza Isolo. Il nuovo percorso porterà indubbiamente maggior inquinamento nelle zone limitrofe, ma lo toglierà al vecchio percorso.

Il bilancio sarà dunque globalmente alla pari? No, perché l’inquinamento fornito dai veicoli dipende anche  dal tempo di accensione dei motori e quindi dal tempo di percorrenza del tragitto e dal numero e l’entità delle accelerazioni e ognuno può constatare che il percorso che passa per piazza Isolo è molto lento e disseminato di continue accelerazioni dovute alle inevitabili fermate. Dunque, a parità di numero di veicoli, l’inquinamento globale non potrà che diminuire.

          L’unica critica che si può ragionevolmente muovere alle amministrazioni precedenti, è quella di non aver proceduto alla costruzione del tunnel. A mio giudizio siamo in ritardo di vent’anni. 

        

senza titolo

Vendita di parte del palazzo del Capitanio

          Aiuto!

Per fortuna l’Arena (il monumento, intendo) non è di proprietà comunale, altrimenti questa giunta penserebbe a venderla, come Totò che, in un film memorabile, tentava di vendere il Colosseo. Ma il personaggio interpretato da Totò, a differenza dei nostri amministratori, era un ciarlatano…

       Questa giunta, tra alberi tagliati, svendite di palazzi storici, parcheggi fin sotto l’Arena sta snaturando la nostra città.

 

 

Tra il pollaio e il cielo

Lettera pubblicata da L’Arena oggi 13 dicembre (il titolo non è mio ma del giornale. 

  Trilussa scrisse un apologo in cui si parlava della gallina e dell’aquila. La gallina disse all’aquila: « Siamo entrambi uccelli. Eppure io sono costretta a vivere in un pollaio, in un ambiente ristretto, puzzolente, sporco…tu, invece disponi di spazi immensi, aria pura… non è giusto». «Hai ragione – rispose l’aquila – non è giusto. Quassù da noi c’è spazio per

tutti. Dunque vieni pure su». Ma, ovviamente, la gallina non ha ali adatte al volo.

          Potremmo applicare questo apologo alla nostra civiltà occidentale (nata dal cristianesimo, ma con l’apporto fonda-mentale anche del pensiero laico e aconfessionale) e la civiltà islamica. Non v’è dubbio che tra le due c’è una distanza pa-ragonabile a quella esistente tra gli animali di Trilussa. Ne sono prova almeno tre fattori appariscenti. In primo luogo, nei paesi musulmani vige l’intolleranza religiosa, in secondo luogo non esiste distinzione netta tra leggi dello stato e principi religiosi, infine la condizione della donna è inaccettabile ai nostri occhi. Ora, se è vero che nemmeno la nostra civiltà ha raggiunto le vette della tolleranza, della laicità dello stato, del rispetto della donna, si deve però riconoscere che molta strada è stata fatta in queste direzioni. Ogni persona di buon senso capisce che, in un mondo globalizzato, se si vuole raggiungere un buon livello di convivenza, nella pace e nel rispetto di tutti, si deve fare in modo di aiutare il mondo musulmano a dotarsi delle ali per raggiungere, se non le alte vette abitate dall’aquila, almeno una quota accettabile.

          Non tutti però la pensano così. Gli svizzeri che hanno negato ai musulmani il diritto di costruire i loro minareti e quei sindaci nostrani (leggi sindaco di Oppeano) che cercano in ogni modo di impedire ai musulmani di esercitare il loro diritto a manifestare (nei limiti costituiti dal rispetto delle nostre leggi), la loro fede, ritengono più opportuno scendere al livello di intolleranza di molte delle nazioni islamiche. Tornando a Trilussa, ritengono, stravolgendo il suo apologo, che sia meglio per noi, lasciare le alte vette e farci galline per immergerci nel pollaio.    

 

  

 

      

     

autodromo

Oggi L’arena ha pubblicato questa mia lettera: 

E così sembra che l’autodromo si farà. Tale decisione, presa recentemente dalla giunta provinciale (di centro-destra) è a mio giudizio immorale e irresponsabile. Immorale perché in un momento di recessione economica mondiale, quando un bambino muore di fame ogni cinque minuti, è puro cinismo gettare risorse dalla finestra per costruire qualcosa di futile e inutile (autodromi in Italia ce ne sono più che a sufficienza, tutti sottoutizzati). Irresponsabile perché si distruggeranno in modo irreversibile chilometri quadrati di verde agricolo, coprendo il territorio di cemento e di asfalto, con tutte le conseguenze inevitabili sul piano idrogeologico. Si incrementerà l’inquinamento e si impoverirà l’ambiente. A quale logica corrisponde questa scelta? A mio avviso si tratta soltanto di una speculazione finanziaria a beneficio di pochi e a danno della comunità.

La lega Nord era, inizialmente, contraria alla costruzione dell’autodromo. Perché si è convertita? Forse a causa della ‘delicate question d’argent’ (brutalmente: per i schei?).

Prendo atto del fatto che sia in Comune che in Provincia, la lega è sempre più attenta alle esigenze del capitale e sempre meno a quelle dei semplici cittadini. Ciò non mi meraviglia affatto, ma se ne saranno accorti i suoi elettori?    

 

(la frase sottolineata è stata cancellata sul giornale   

Escort

Oggi, 19 novembre, il giornale L’Arena ha pubblicato (con notevole ritardo: l’avevo spedita il 10 ottobre) una mia lettera al direttore. Eccola:

Non si finisce mai di imparare. Nella mia lunga vita ho conosciuto innumerevoli termini per designare le donne che esercitano il più antico mestiere del mondo: dai più volgari, costituiti dal nome della femmina bovina e della femmina del maiale ai più usati, tra cui il volgare puttana, nobilitato però dal fatto che è usato da Dante nella sua Commedia, ai più “nobili” sgualdrina o meretrice o cortigiana. Ho scoperto di recente che ce n’è uno nuovo: escort. Io, con questo nome, conoscevo soltanto una vettura della Ford. Non so da dove venga questa, per me, nuova denominazione; forse dal latino “scorta”, che significa appunto donna dai facili costumi. Tutto questo in nome della ipocrita convenzione, ormai largamente adottata, del ‘politically correct’, per la quale non si deve chiamare con il suo nome ogni situazione fisica anomala e ogni attività che pare poco nobile. Così il sordo diventa non udente, lo spazzino diventa operatore ecologico e così via. (A questo proposito mi sentirei di proporre il termine di ‘frastornato coniugale’, al posto di cornuto). Restano i fatti, per i quali le escort sono pur sempre sgualdrine, nobilitate soltanto, si fa per dire, dal fatto che guadagnano, per le loro prestazioni a domicilio nei vari palazzi, una barca di quattrini e qualche apparizione televisiva. E come vogliamo chiamare chi si accompagna alle escort? Proporrei, prendendo a prestito una desinenza usata applicandola al termine dantesco, di chiamarli escortieri.        

 

 

Il testamento del capitano

 Sto facendo una ricerca su tutti i personaggi storici di nome Michele(è il nome di mio figlio, diffusissimo tra i circa quarantenni) e mi sono imbattuto in una notizia curiosa e interessante, forse, in particolar modo a erresse, in quanto militare.

Sconfitto dagli spagnoli nella battaglia di Aversa (1528 !) Michele Antonio, marchese di Saluzzo, fu ferito dallo scoppio di una palla di cannone. Secondo le sue ultime volontà, il suo corpo venne sepolto nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli a Roma, ma il suo cuore rimase nel suo amato Piemonte. Tale eoisodio è ricordato in una ballata che ricorda gli ultimi istanti di vita del marchese che, moribondo, detta le sue ultime volontà ai soldati accorsi al suo capezzale. Qusta canzone (Il testamento del capitano) fu ripresa quattro secoli dopo dagli Alpini durante la Prima Guerra Mondiale

pullmann turistici

Plaudo all’iniziativa del consiglio comunale di istituire il pagamento di un biglietto per la sosta dei pullmann turistici in città. Sono d’accordo sull’intenzione di utilizzare queste nuove entrate per la promozione del turismo a Verona. A questo riguardo, vorrei proporre di istituire un premio in denaro ai pullmann turistici che si fermano in città.