La paella, il baccalà e i buoni cristiani

La paella, tutti lo sanno, è un piatto tipico spagnolo, divenuto ormai internazionale, nato sulle coste del mediterraneo tra Barcellona e Valencia. Come spesso accade la paella è nata come piatto povero; gli ingredienti che accompagnavano il riso erano infatti quello che c’era o che si poteva trovare facilmente: i frutti di mare raccolti poco lontano dalla spiaggia, le verdure di stagione, qual-che parte poco nobile di pollo, coniglio e maiale; il tutto mescolato in una grande padella (che in spagnolo di dice appunto paella, pronuncia paeglia).

Non è certamente il solo caso di piatto povero che approda ai fasti dell’arte culinaria: nel nostro veneto c’è l’esempio sublime del baccalà, pesce secco, insipido e poverissimo che la sapienza delle nostre massaie, ha trasformato, accompagnato della polenta, in piatto prelibato (in termini plebei, polenta e baccalà; in termini aulici, pesce veloce del baltico con crema di mais). Come ha fatto il baccalà ad arrivare nel Veneto? Lo si deve a un commerciante veneziano, Nicola Michiel che aveva iniziato una proficua esportazione di vini nei Paesi Bassi. Durante un viaggio in nave con questo carico si imbatté in una terribile tempesta nella Manica; la nave perdette l’albero e il timone e andò alla deriva, toccando terra, con l’equipaggio decimato per la fame e il freddo, in un’isola che però era deserta.
Tuttavia Michiel non perse la speranza perché aveva notato una grande croce sul punto più alto dell’isola, segno che da qualche parte dovevano esserci dei buoni cristiani. Questi infatti vennero, come facevano periodicamente, sull’isola, videro i poveri naufraghi e li portarono nelle loro case dove, da buoni cristiani appunto, diedero loro da mangiare, li rivestirono e fornirono loro i mezzi per tornare a casa. In questa avven-tura, al mercante Michiel non era sfuggito che gli abitanti di quelle lontane isole (isole Lofoten, in Norvegia, non lontane dal Circolo Polare) si cibavano di un pesce essiccato al sole che conserva-vano in appositi capannoni (pesce stockato = stok fish = stoccafisso) e ne iniziò l’importazione con vantaggio per tutti: i pescatori norvegesi, Michiel, che si arricchì, e le nostre gole.
Tutto ciò nato per un gesto di carità cristiana di quei sicuramente poveri allora, pescatori norvegesi.

Ma cosa c’entra la carità cristiana con la paella? Per noi parrocchiani di San Pancrazio c’entra e molto.  Da tempo infatti, alcune Signore della nostra Comunità mettono a disposizione le loro notevoli capacità culinarie per offrirci un  piatto abbondante e gustosissimo di paella, chiedendoci in cambio un obolo non per il loro servizio ma a beneficio delle missioni in Guinea Bissau. Ma questo gesto di carità cristiana non è il solo che compiono: altrettanto importante è il fatto che la paella di Porto San Pancrazio, ora esportata anche in altre parrocchie, serve a riunire periodicamente molti di noi in amicizia fraterna. Anche per questo perciò va il nostro ringraziamento alle signore della paella.