Festeggiare oppure no l’Unità d’Italia?

Molti sono gli argomenti dei contrari. Chi dice che la data è discutibile: 150 anni fa è nato un Regno (e non una Repubblica) d’’Italia ancora privo di Roma e Venezia; altri obiettano che il moto che ha portato all’’unità non è stato affatto popolare, ma un movimento d’’èlite; molti altri sono gli argomenti dei contrari, parte dei quali certamente degni di considerazione e di dibattito.

Ma io ritengo che, al di là di tutto questo, sia giusto festeggiare la nostra unità, l’’unità dei cittadini che si sentono appartenenti alla nazione Italia, perché si sentono parte di quella cultura che ha espresso una letteratura (da Dante a Manzoni, dal siciliano Tomasi di Lampedusa al triestino Italo Svevo), una pittura (dal siciliano Antonello da Messina al veneto Tiziano), una musica (dal siciliano Bellini al veneziano Vivaldi) che si possono definire senza alcun dubbio italiane.

Io sento di appartenere, sia pure come modesto rappresentante, a questa cultura e me ne se sento onorato.

Certo chi non si sente parte di questa cultura, non ha niente da festeggiare. Tuttavia vorrei osservare che essere nati in Italia e non sentirsi parte di questa cultura, significa spesso essere privi di cultura.

L’’amore per l’’Italia e il dolore per la sua decadenza, che io profondamente sento, hanno portato Dante a scrivere quei versi, triste immagine del presente:

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di province ma bordello”

(Div. Comm. Purgatorio, canto VI).