Escort

Oggi, 19 novembre, il giornale L’Arena ha pubblicato (con notevole ritardo: l’avevo spedita il 10 ottobre) una mia lettera al direttore. Eccola:

Non si finisce mai di imparare. Nella mia lunga vita ho conosciuto innumerevoli termini per designare le donne che esercitano il più antico mestiere del mondo: dai più volgari, costituiti dal nome della femmina bovina e della femmina del maiale ai più usati, tra cui il volgare puttana, nobilitato però dal fatto che è usato da Dante nella sua Commedia, ai più “nobili” sgualdrina o meretrice o cortigiana. Ho scoperto di recente che ce n’è uno nuovo: escort. Io, con questo nome, conoscevo soltanto una vettura della Ford. Non so da dove venga questa, per me, nuova denominazione; forse dal latino “scorta”, che significa appunto donna dai facili costumi. Tutto questo in nome della ipocrita convenzione, ormai largamente adottata, del ‘politically correct’, per la quale non si deve chiamare con il suo nome ogni situazione fisica anomala e ogni attività che pare poco nobile. Così il sordo diventa non udente, lo spazzino diventa operatore ecologico e così via. (A questo proposito mi sentirei di proporre il termine di ‘frastornato coniugale’, al posto di cornuto). Restano i fatti, per i quali le escort sono pur sempre sgualdrine, nobilitate soltanto, si fa per dire, dal fatto che guadagnano, per le loro prestazioni a domicilio nei vari palazzi, una barca di quattrini e qualche apparizione televisiva. E come vogliamo chiamare chi si accompagna alle escort? Proporrei, prendendo a prestito una desinenza usata applicandola al termine dantesco, di chiamarli escortieri.