Attività letteraria

Se non interverranno ulteriori probleme, in novembre sarà pubblicato il mio primo romanzo (secondo in ordine di scrittura) dal titolo “Tutte le donne di Giorgio” (a scanso di equivoci esse sono la madre, la moglie, la figlia e il suo primo amore, Laura). Vi allego il primo capitolo, a mo’ di promozione. Esso è, in realtà, interamente autobiografico.   

Capitolo I – Laborioso risveglio. Settembre 1995

 

        Sentiva, uscendo faticosamente dal sonno, un rumore continuo, piuttosto intenso, fasti-dioso, sempre uguale. Lo accompagnava un altro, più attenuato, anch’esso continuo; di tanto in tanto, emergeva, dal buio intorno a lui, una luce fuggitiva, quasi un lampo, che, infatti, immediatamente si spegneva. Doveva essere, immaginò, il rumore di un veicolo che viaggiava nella notte, a forte velocità, sotto la pioggia, incrociando altri veicoli. Tutto ciò poneva a Giorgio (questo era il nome del presunto viaggiatore) delle domande, prima fra tutte: dove si trovava? Ma egli sentiva una grande stanchezza, una profonda spossatezza.

          Improvvisamente percepì che tutti i rumori erano cessati, udiva soltanto alcune voci sommesse; pensò confusamente che avrebbe dovuto svegliarsi del tutto…ma, il sonno tuttora

lo avvolgeva, perciò decise che era più saggio assecondarlo e ripiombò voluttuosamente in esso, mentre il suo cervello abbandonava, per così dire, ogni attività.

          Più tardi (quanto più tardi?) si risvegliò nuovamente. Questa volta, il rumore era costituito da un ronzio incessante, interrotto a intervalli irregolari, da un suono, simile a quello di

un campanello che fosse avvolto in un panno, e perciò reso sordo, e accompagnato da una viva luce rossa, lampeggiante, come se si trattasse di un allarme. Giorgio si sentiva troppo stanco per farsi delle domande e si assopì nuovamente.

          In realtà, egli si trovava nel reparto di rianimazione di un ospedale della sua città, dove era stato trasferito, con un lungo viaggio in ambulanza, da un altro ospedale, che si trovava nell’Est europeo, nel quale era stato ricoverato in seguito a un incidente automobilistico; ma, di tutto ciò, Giorgio non aveva coscienza, poiché si trovava in istato di coma farmacologico, dal quale, evidentemente, era uscito per alcuni brevi momenti di semi-coscienza. Successivamente, in seguito alle cure prestategli, i momenti di coscienza si presentarono con maggior frequenza e chiarezza, ma ci volle del tempo.

          Le cose che gli accadevano, le sensazioni che provava, erano confuse, disordinate nella loro successione, fatte di realtà, sogno, allucinazione, il tutto mescolato, apparentemente senza logica, come se il suo cervello fluttuasse, nella sua sede, senza riuscire ad ancorarsi saldamente ad alcunché. I ricordi che, nebulosi, poco per volta, emergevano nella sua mente erano legati ai momenti precedenti l’incidente che aveva determinato la sua attuale situazione; di quei momenti, voglio dire, non dell’incidente in sè. Si era messo alla guida, subito dopo pranzo, stanco e nervoso. Poche ore prima, gli amici che viaggiavano con lui, uno sulla sua vettura, altri due su di un’altra, avevano espresso il desiderio di proseguire verso Nord; Giorgio era contrario: il viaggio sarebbe divenuto, a suo giudizio, eccessivamente lungo e faticoso. Perciò aveva deciso di separarsi dai compagni e si era diretto verso casa, da solo, sotto una pioggia battente; avrebbe dovuto percorrere circa settecento chilometri, ma soltanto dopo due o tre si era fermato, contro un mezzo che procedeva in senso contrario al suo. Non ricordava l’impatto, né mai se ne sarebbe ricordato in seguito; ricordava soltanto di essersi trovato al di fuori

del proprio corpo, qualche metro sopra il luogo dello scontro e di aver valutato di lassù che l’incidente non poteva essere evitato; vedeva il proprio corpo, proiettato sul sedile posteriore della vetture e le sue gambe incastrate tra i due anteriori. Ricordava poi che, dopo essere rientrato nel proprio corpo e prima di perdere i sensi, due uomini, a colpi di mazza, sfondavano quel che restava della sua automobile, per estrarlo da essa. Ricordava che, risvegliatosi in ospedale e con il respiro affannoso, aveva potuto telefonare, col suo cellulare, provvidenzialmente recuperato e restituitogli dalla polizia, a suo figlio, per dirgli dell’incidente e dove si trovasse. Ricordava infine il medico che, visitandolo, gli parlava in una lingua a lui sconosciuta…poi…più nulla.        

          Ora aveva compreso di trovarsi in un ospedale; valutava di esservi da due o tre giorni, ma non si rendeva conto della gravità delle sue condizioni e riteneva, assurdamente, che, appena si fosse riavuto da quel suo strano torpore, avrebbe potuto riprendere il viaggio.

          D’altronde, a parte quello stordimento, non avvertiva alcun dolore. In realtà, quando faceva queste considerazioni, era ricoverato, tra l’uno e l’altro ospedale, già da tre mesi; era stato in grave pericolo di vita e, tuttora, tale pericolo non era del tutto scongiurato, a causa dei notevoli danni che aveva riportato: il quasi completo sfondamento della cassa toracica, che per poco aveva resistito al collasso completo, che gli sarebbe stato fatale; le conseguenti lesioni polmonari che gli rendevano difficile la respirazione; il trauma cranico, fortunatamente, quest’ultimo, piuttosto lieve. Più tardi cominciò a rendersi conto della precarietà del suo stato e pensò che non gli restava che pregare – cosa che faceva di rado – ma constatò, con terrore, di non poter mantenere la concentrazione necessaria per farlo, perché, recitando un Padre nostro, non riusciva, confondendo le parole, ad arrivare alla fine della pur breve e familiare preghiera.

          Le sue percezioni erano delle allucinazioni, se questo termine può essere impiegato in relazione alle sue sensazioni; una volta, per esempio, credette di essere a bordo di un aereo e, giunto a destinazione, di non poter scendere, avendo i polsi legati ai braccioli della poltrona (in realtà, i suoi polsi erano legati al letto: in tal modo gli veniva impedito di alzarsi, come più volte, inconsapevolmente, aveva tentato di fare); un’altra volta gli parve di trovarsi in un vasto prato, nel quale, vari gruppi di persone, sparsi qua e là, si intrattenevano in conversazioni; egli era in compagnia di due graziose fanciulle elegantemente vestite di bianco (le infermiere) che, sorridenti, chiacchieravano tra loro e con lui, senza badare a ciò che lo metteva in grave imbarazzo, e cioè che era praticamente nudo, vestito soltanto di una corta tunica (in realtà, il cosiddetto telo, unica copertura di cui erano dotati tutti i degenti del reparto), insufficiente a coprire la sua nudità. Il più delle volte, però, queste allucinazioni, somigliavano a degli incubi, come quando credette di trovarsi su di un treno che, inoltrandosi in una valle, veniva sommerso dalla neve: aveva tentato di gridare per chiedere aiuto, ma la voce non gli usciva (infatti, nella realtà, era tracheotomizzato).

          A queste e numerose altre allucinazioni, si alternavano momenti in cui, Giorgio percepiva la realtà, sia pur confusamente, in modo corretto. In uno di questi momenti, si chiese come mai, se stava così male, nessuno dei suoi parenti venisse a trovarlo. Veramente, molti erano andati, ma lui, per parecchio tempo, non se n’era reso conto, forse perché le visite, per la singolarità del reparto in cui era ricoverato, erano ammesse soltanto al di là di un vetro, senza possibilità di accedere presso i singoli degenti.

          Tuttavia ci fu un’eccezione (ma fu sogno o fu realtà? Giorgio la percepì come  realtà: di lì a qualche mese ne ebbe conferma). Si trovava, un giorno, immerso nel suo consueto assopimento, quando si accorse della vicinanza di qualcuno. Due persone, non le solite infermiere, stavano parlando tra loro a bassa voce, probabilmente in merito alle sue condizioni; poi una – il medico – si allontanò, l’altra rimase, per un certo tempo in silenzio; Giorgio non la poteva vedere, a causa della penombra e più ancora perché lui, molto miope, non aveva gli occhiali, finiti miseramente nell’incidente; capì che si trattava di una donna; un brivido gli corse lungo la schiena, quando costei gli prese la mano, perché, quella mano nella sua, gli era nota e questa conoscenza, incredibilmente, risaliva alla sua giovinezza, a trentacinque anni prima. Poi giunsero le parole da una voce che egli aveva amato, la voce di una donna, Laura, che aveva amato…che amava tuttora… dicevano – mai le avrebbe dimenticate – in tono sommesso e allo stesso tempo affettuoso: « Non azzardarti a morire, Giorgio, io non te lo permetto…devo anco-ra dirti delle cose…». 

Certamente non fu quest’incontro, ma le grandi capacità e la grande professionalità di chi – medici ed infermieri – lo aveva in cura, ad accelerarne il ristabilimento: di lì a qualche giorno, infatti, scomparse le allucinazioni, Giorgio uscì dalla rianimazione e fu trasferito in un altro reparto per la riabilitazione, dove potè godere della frequente compagnia dei suoi cari, accanto al suo letto. Venne sua madre; venne suo fratello; vennero i suoi figli Anna e Riccardo; venne la sua ex moglie Elisa; venne perfino, una sola volta, il compagno di lei; vennero in molti, parenti, amici, colleghi di lavoro e, tra questi ultimi, Alfonso, fratello di Laura; ma non venne Laura; per le parole che ella doveva ancora dirgli, avrebbe dovuto attendere ancora.

          Ben presto fu dimesso dall’ospedale; erano passati cinque mesi dall’incidente, la vita poteva riprendere il suo corso normale.