Sharon Tate

Di seguito pubblico l’articolo originale che avevo scritto per la mostra all’Arsenale, senza le correzioni che vi sono state apportate

Sharon nasce a Dallas il 24 gennaio 1943, muore – i miei coetanei lo ricorderanno certamente – massacrata nella sua villa, assieme al suo bambino (era incinta; il padre era il regista Roman Polanski) da una setta di fanatici a 26 anni. Era bella Sharon: io la ricordo benissimo. E’ vero che quando l’ho conosciuta lei aveva soltanto 13 anni e mezzo, ma aveva già l’aspetto di una giovane donna. Sharon ha abitato a Verona per un certo periodo (almeno un anno) tra il 1956 e il 1957. Era a Verona in qualità di figlia (non certo, ovviamente, di moglie come qualcuno ha scritto) di un ufficiale americano, il colonnello Tate. Non saprei dire con certezza dove abitasse, credo però in via Risorgimento. Il nostro gruppo di adolescenti si ritrovava infatti in quella zona e qui si era incontrato (era l’estate del 1956) con i numerosi coetanei americani. A quei tempi, il luogo dei giochi, per i più piccoli, e dei primi incontri, per gli adolescenti, anche con le giovani ragazze (in gruppo ovviamente) era la strada. Difficilmente c’erano scambi di visite in casa. Soprattutto con gli americani, che diffidavano di noi (non i ragazzi, ma i loro genitori, che si comportavano a tutti gli effetti come truppe d’occupazione in un paese potenzialmente ostile: c’erano troppi comunisti tra noi italiani).

Faccio una digressione. Negli anni ‘50 c’è stato un boom edilizio in quella parte di Borgo Trento grosso modo racchiusa tra via IV Novembre e il Lungadige Cangrande (che allora si chiamava ancora Attiraglio. Nella prima metà degli anni ’50, il boom riguardò soprattutto via Camozzini, via Risorgimento, nella parte verso il ponte (che allora non c’era ancora: fu inaugurato nel 1968), Viale della Repubblica, nella parte che fiancheggia le mura dell’Arsenale e via Arsenale stessa. Nello stesso periodo, la NATO decise di sistemare in vari appartamenti i propri ufficiali e sottufficiali che avevano portato in Italia le loro famiglie. Perciò ne affittò un numero cospicuo proprio in questa zona (in certi palazzi, più della metà degli inquilini erano ufficiali stranieri), assegnandoli, a chi ne avesse bisogno, per il periodo di permanenza, che normalmente era di tre anni, salvo diversi incarichi. Ho parlato di ufficiali stranieri: infatti, se la maggioranza era costituita da americani, c’erano anche inglesi, canadesi e francesi (De Gaulle non aveva ancora portato la Francia fuori dalla NATO, che per i francesi é OTAN – Organisation du Traité de l’Atlantique du Nord). Per fare un esempio, nella casa in cui abitavo (14 appartamenti) tre erano occupati da ufficiali della NATO. Quello immediatamente sotto il nostro, in via Arsenale 52, fu occupato successivamente da un colonnello francese, di La Rochelle, che divenne famoso in tutta la casa per i suoi starnuti, da Guiness dei primati: arrivava a farne più di venti di seguito; poi dalla numerosa famiglia (4 figli) di un ufficiale americano, che aveva l’abitudine, alla mattina, di fare colazione con bacon and egg, fritti in abbondante cipolla, i cui effluvi arrivavano ovviamente alla saletta in cui più modestamente noi facevamo colazione a caffelatte e pane raffermo (così si faceva allora anche nelle case dei benestanti). La più piccola della famiglia, si chiamava Barbara, aveva 5-6 anni, era molto graziosa e simpatica e si divertiva da matti quando la caricavo sulla canna della mia bicicletta e la portavo a spasso per il quartiere; aveva soltanto un occhio, l’altro glielo aveva strappato un gatto. Infine venne un generale francese, di origine còrsa, anche questo con una famiglia numerosa, ma con figli, tranne l’ultimo, già grandi. Quando ripartì, lasciò due figlie in Italia, sposate ad amici miei. Ben diverso era infatti l’atteggiamento dei francesi, da quello degli americani. Questi ultimi costituivano un circolo chiuso; non avevano bisogno di nulla dagli italiani: avevano il loro spaccio, dove si rifornivano di tutto, dal cibo al vestiario, avevano il loro cinema, avevano la loro Military Police, che girava per la città in divisa con il manganello ben in vista e metteva agli arresti quei militari che recassero disturbo in città (il sabato sera non erano pochi gli sbronzi tra loro). Per inciso va detto che allora come oggi, gli americani non ammettevano che, nei riguardi dei loro connazionali militari intervenisse l’autorità italiana (vedi il caso dell’incidente alla funivia del Cermis, vedi caso Calipari).

Tornando al gruppo di ragazzi di cui faceva parte Sharon, organizzammo una specie di festa da ballo, anche se nessuno di noi sapeva ballare; il luogo prescelto fu l’ampia terrazza di un mio cugino all’Incis; la musica era fornita dai 78 giri che possedevamo (pochi) integrati da quelli dei ragazzi americani che, acquistati nel loro spaccio, erano made in Usa. Tra questi dischi ce n’era uno che loro consideravano rivoluzionario e che, dicevano, avrebbe cambiato il modo di fare musica in tutto il mondo. Faceva parte della colonna sonora di un film che per loro era già un cult, con un attore (morto sei mesi prima) che era già, per loro un mito. Avevano ragione: il disco era Rock around the clock, considerato il primo fondamento del rock and roll; il film era Gioventù Bruciata, che forse non era ancora arrivato in Italia e comunque non conoscevamo; l’attore, tuttora un mito, era James Dean.