Borgo Trento com’era

Sono nato nel luglio del 1942, in via Nino Bixio, al n. 25 (a quei tempi generalmente si nasceva in casa, non in Ospedale). Quella casa non c’è più: quando sarò morto, non sarà possibile esporre una lapide con le fatidiche parole: “In questa casa nacque etc. etc.”

Via Nino Bixio era, già dall’anteguerra, interamente fiancheggiata da case, dal Ponte Garibaldi all’incrocio con l’attuale via Ciro Menotti. Si trattava quasi esclusivamente di villette, costituite da un piano rialzato e da un primo piano, tutte con giardino, talvolta molto ampio, alcune di pregevole fattura, altre molto semplici, quasi tutte oggi scomparse. Le stesse cose si possono dire per le adiacenti via Anzani, via dei Mille, via Bezzecca, via delle Argonne, lungadige Matteotti, via Prato Santo, via Rovereto (non interamente), via Ciro Menotti (nel solo lato est), via Carlo Ederle,  piazza Vittorio Veneto (non interamente), per il lato sud di via Farinati degli Uberti  (non Farinata: la via infatti non è dedicata al personaggio dantesco, ma alla medaglia d’oro della prima guerra mondiale, eroe della marina, Tolosetto Farinati degli Uberti) e le sue traverse in direzione sud. Nell’immediato dopoguerra era rientrato in Italia dagli USA, ed era

tornato nella casa di famiglia al n. 23 di via Nino Bixio, il cantante Nino Martini, portando con sè una Buick, una moglie americana ed una quantità industriale di chewing gum (che noi ragazzini chiamavamo ciuinga e i più grandi stracaganase). In qualità di amico di suo nipote, mi capitò anche di fare qualche giro in jeep, portata dai militari americani.

A nord est di Via Nino Bixio, c’e via Goffredo Mameli, lungo la quale le case erano molto modeste; mentre le vie che ho sopra citate erano abitate dalla borghesia benestante, se non ricca, via Mameli era di carattere popolare, fino alla villa Rossi, con l’ampio parco che sale in parte sulle incipienti colline. Io la percorrevo tutte le mattine per andare a scuola, alle elementari Antonio Provolo. Il fabbricato (in seguito abbattuto e riedificato) si trovava tra Via Mameli e via Ce-siolo, dalla quale si entrava. Sul percorso incontravo in successione: i binari del treno Verona – Caprino, il salumiere dal quale mia madre faceva la spesa (ma, da quando, credo nel 1949, fu installato il telefono, la spesa veniva ordinata al telefono e portata a domicilio da un garzone), un’osteria, il cartolaio presso il quale, tra l’altro, compravo i pennini (ce n’erano da 2-3-4-5 Lire) e infine, pare incredibile, un maniscalco (quello che metteva i ferri ai cavalli; lo dico a beneficio dei più giovani che forse non ne hanno mai sentito parlare).

La scuola risentiva, com’ è ovvio, della eterogeneità della popolazione che ospitava. Era abbastanza netta la distinzione che allora era fortemente sentita, tra figli di borghesi e figli di proletari, tra i quali c’erano i primi immigrati dal Sud.

Devo dire che la differenza era anche culturale: nella famiglie borghesi un po’ di cultura si respirava, c’erano libri e si parlava in italiano; la qualità di vita del proletariato era veramente bassa, complice il disastro della guerra appena conclusa. Non dico che ci fosse la fame… ma quasi. Ricordo che veniva in classe un addetto a somministrare ad alcuni miei compagni un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo per irrobustirli; ricordo che una mia compagna (che portava il suo grembiulino bianco sempre lindo e in ordine e un fiocco nei capelli), orfana di guerra, abitava con la madre in una galleria delle mura cittadine in attesa di avere una casa. La maestra, diplomatasi evidentemente nel periodo fascista, aveva mantenuto la sua fede e la sua mentalità fascista, accompagnata da un’autentica venerazione per la monarchia e mitigata da una specie di socialismo alla De Amicis (vedi a questo riguardo l’Elogio di Franti in “Diario minimo” di Umberto Eco), che consisteva nella convinzione che fosse dovere dei borghesi trattare con giustizia e rispetto i proletari, a condizione che essi rimanessero tali. Il luogo dei giochi erano le strade dove il traffico automobilistico era lontano anni-luce dall’attuale. In via Nino Bixio e in via Mameli, per il vero, un qualche traffico c’era. In via Nino Bixio transitava la filovia n. 2, il cui percorso era: Ospedale – via Bixio – San Giorgio – P.za Isolo – P.te Nuovo – P.za Viviani – P.za Erbe – C.so Porta Borsari – C.so Cavour – Castelvecchio – Stazione di P.ta Nuova; inoltre c’erano il traffico verso  l’Ospedale e quello dei residenti possessori di un’autovettura (non molti in verità almeno fino al ’53, anno in cui la mia famiglia traslocò). Se via Nino Bixio non era adatta al gioco, lo erano alcune vie vicine: via Ciro Menotti (ma allora non si chiamava così), essendo asfaltata, era adatta a disegnarvi col gesso le piste per giocare a “cuercioleti”. La pista occupava una metà della carreggiata, cosicché le rare automobili di passaggio potevano rispettare il nostro gioco, passando nell’altra metà. Via Missori invece non era asfaltata; del resto era costituita da un breve tratto davanti all’unica casa che vi era sorta (architettonicamente interessante, ma abbattuta in tempi non lontani). Noi ne facevamo un campo di calcio, utilizzando come pali qualche sasso preso dal cantiere per la costruzione della casa che sorge all’angolo tra via Missori e via  G.B. Da Monte.

Gli altri divertimenti possibili erano i seguenti: il calcetto (calcio Balilla per i nostalgici), nell’unico bar di via Mameli; il ping-pong, in una saletta della parrocchia di S. Giorgio (dove, nel chiostro, si poteva anche giocare a calcio), i pattini a rotelle nell’area tra S. Giorgio e la torretta, lungo l’Adige (io non praticavo questo sport, mi interessava soltanto quando, a undici anni cominciai a guardare le ragazzine [forse meglio dire bambine], specie quando cadevano e mostravano le mutandine), lo scambio di figurine ovunque (ricordo ancora quel benedetto Schotte, n. 37 della collezione dei ciclisti, che non si riusciva a trovare). I più grandi poi coltivavano un’autentica attività sportiva consistente nella discesa a rotta di collo sulla strada delle torricelle, soprattutto sul cosiddetto ‘salitone’ con i ‘caretini’  veicoli costituiti da un piano di legno rettangolare montato su due assi, dei quali l’anteriore era manovrabile con un rudimentale manubrio. Le ruote erano costituite da cuscinetti a sfere. Si viaggiava distesi a pancia in giù a pochi centimetri dall’asfalto. Immagino che ci sarà stato molto lavoro per i dentisti. Ulteriori divertimenti estivi (ma qui parliamo già di adulti) sono stati una ‘balera’ in via Cesiolo che funzionò, credo, fino al ’46, e un cinema all’aperto, vicino alla chiesa

di S. Giorgio, che funzionò almeno fino al 1948, con grande disappunto del parroco… ma, finita la guerra, anche i veronesi volevano divertirsi e vedere tutti i vecchi film americani che nel ventennio non avevano potuto gustare.

Ma torniamo a via Missori.  Come ho detto era costituita soltanto da pochi metri. Cosa c’era dopo? C’era uno stretto viottolo tra due siepi che se non ricordo male, si divideva poi in due tronchi. Noi ragazzini ci andavamo a caccia delle numerosissime lucertole per il solo barbaro gusto di ucciderle o peggio (la crudeltà infantile è, credo, territorio ancora da esplorare). Quindi tutto il quadrangolo definito da via Ciro Menotti, via Farinati degli Uberti, via De Lellis e via G.B. Da Monte era campagna; c’era anche una casa colonica, più o meno dove ora è largo Marzabotto, che, al pari di via XXIV maggio non esisteva, con campi coltivati e animali da cortile. (Del resto, anche nel nostro giardino, in via Nino Bixio, c’è stato un pollaio: durante la guerra, avere delle uova fresche non era cosa da poco).     

Nel 1953 la mia famiglia si trasferì in via Arsenale al n. 52.  Visto il numero civico si suppone che la strada sia piuttosto lunga; si scopre invece che essa comincia con il n. 48. Come si spiega?  E’ presto detto: la via Arsenale, negli anni cinquanta cominciava dove finisce Via Nino Bixio. perpendicolarmente ad essa, per raggiungere piazza Vittorio Veneto (questo tratto è oggi via Ciro Menotti), proseguiva oltre la piazza (l’odierna via Todeschini), raggiunto quasi l’Arsenale, svoltava ad angolo retto verso l’Adige (odierno tratto di Viale della Repubblica) e quindi, sempre ad angolo retto, svoltava a sinistra fino a raggiungere piazza Arsenale (tratto che ha mantenuto il nome).  Vediamo in dettaglio il percorso. Di via Ciro Menotti ho già detto. Piazza Vittorio Veneto, prima di assumere l’attuale, ha cambiato più volte assetto: a fine anni ’40 era come adesso, salvo che al posto del giardino c’erano sterpaglie e mucchi di macerie; successivamente la piazza venne tagliata da una strada che congiungeva le attuali vie Ciro Menotti e via Todeschini; in seguito, quando venne aperta via XXIV maggio, fu tagliata diagonalmente per unire via XXIV maggio con via IV Novembre, prima di prendere l’attuale aspetto. Naturalmente non c’erano né la chiesa né la parrocchia di San Pietro Apostolo. Borgo Trento si divideva tra le parrocchie di San Giorgo e di Sant’Eufemia. La nuova parrocchia fu istituita intorno al ’56, prima che fosse costruita la chiesa: usufruì nell’attesa della cappella delle cosiddette Suore Spagnole (Istituto De Vedruna) in via Camozzini, il parrocco si chiamava Don Flavio. Analoga vicenda riguardò vent’anni dopo l’ulteriore parrocchia istituita nel Borgo, quella di S. Francesco d’Assisi (primo parroco l’amatissimo don Gianfranco) che prima di occupare l’attuale sede ricavata in un capannone dell’Arsenale, ha vissuto in uno scantinato all’angolo tra via Todeschini e viale della Repubblica. Tornando a via IV Novembre, essa, sempre a fine anni ’40 era pressoché vuota di costruzioni: c’erano soltanto i palazzi, tuttora esistenti allo sbocco su piazzale Cadorna, la costruzione, anch’ essa ancora esistente, adibita fino agli anni ’90 ad Ufficio di collocamento, la villa con giardino all’angolo con via Anzani e le case, ora ricostruite, allo sbocco su piazza Vittorio Veneto. Via Todeschini era a carreggiata unica. C’erano poche ville soltanto sul lato ovest e una bassa e molto modesta costruzione che ospitava alcuni negozi, tra cui una latteria che forniva, a domicilio, tutto il quartiere, ogni mattina, del latte quotidiano, un salumiere e un tabaccaio. Ho comprato là, le mie prime sigarette. Allora era consentito acquistarle sfuse, in numero variabile, anche una soltanto; con due amici andavamo a comperare la nostra sigaretta quotidiana e, poiché avevamo gusti diversi, ne prendevamo tre di tre marche diverse. una Giubek, una Africa, una Nazionale; al che il mitico tabaccaio Cailotto ci chiedeva; «volìo anca mesa Alfa?». Tra via Todeschini e via IV Novembre c’erano campi incolti. All’altezza di via Monte Pasubio (che era completamente contornata di case, come l’attigua via Gen. Giardino e, per il tratto che giunge all’incrocio con via Camozzini, anche via Risorgimento), un viottolo univa le due strade, e ciò fino ad anni ’50 inoltrati. Tra le due vie c’era anche un ridotto campo di calcio: ricordo di averci giocato nel ’57 o nel ’58.  Infine viale della Repubblica. Esso finiva all’angolo con via Arsenale. Si poteva proseguire, verso l’Adige, soltanto a piedi per un viottolo che prima raggiungeva il piccolo santuario della Madonna, molto frequentato nelle sere di maggio, per la recita del Rosario, poi, discendeva fino al livello dell’Adige mediante un puzzolente sottopasso del lungadige.      

Alberto Signorini, Via Chesta 5 – Verona – 29/10/2008