Le suore Vietnamite di Porto S. Pancrazio

Dal 1° ottobre la parrocchia alla quale appartengo di San Pancrazio e Santa Caterina d’Alessandria ha cambiato parroco: il nostro amato Don Romano ci ha lasciati per servire in un un’altra parrocchia.
Questa notizia, per gli abitanti di altre parrocchie e di altri quartieri, non è rilevante; non lo è nemmeno il fatto che con lui se ne sono andate anche le suore che lo hanno coadiuvato.
Tuttavia credo che valga la pena spendere alcune parole su di loro; appartenenti alla Congregazione delle Suore amanti della Santa Croce, si distinguono per il fatto di essere vietnamite. Personalmente, in questi ultimi dieci anni, ho svolto, da pensionato, il mio volontariato presso la canonica.
La mia attività principale, inizialmente non prevista, è stata quella di aiutare le suore nell’imparare la lingua italiana.

Esse seguivano la scuola di italiano per stranieri presso il Duca d’Aosta, ma si deve osservare che la loro lingua, un tempo analoga al cinese per scrittura, pur essendo stata, durante la dominazione francese dell’Indocina, traslitterata in caratteri latini, è profondamente diversa dalle lingue occidentali; basti dire che i verbi non hanno nè tempi nè coniugazioni. Per questa ragione io le ho aiutate nella correzione dei loro compiti e nella esatta pronuncia, per loro molto difficile, della lingua italiana.
Inoltre ho aiutato una di loro, Suor Caterina, rimasta più a lungo presso la nostra parrocchia e più avanti delle altre nell’esprimersi correttamente in italiano (usava i congiuntivi meglio di molti italiani, tra cui alcuni politici) a scrivere la sua autobiografia, che le veniva richiesta dalla scuola di teologia che frequentava presso il Seminario vescovile.
Ciò mi ha permesso di conoscere alcuni aspetti della vita in Viet Nam; del fatto che le loro famiglie sono molto numerose (Suor Caterina è la maggiore di sette fratelli) e molto povere.
All’età di tredici anni Suor Caterina accompagnava e aiutava il padre nella pesca; a giorni alterni, si alzava alle tre di notte e dopo una passeggiata di due chilometri saliva sulla barca, Il pescato veniva poi consegnato alla madre che ne tratteneva una parte per l’alimentazione della famiglia, mentre portava il resto al vicino mercato per raggranellare qualche soldo. Ho dunque acquistato una buona familiarità con le suore, durata spesso anche oltre la loro permanenza in San Pancrazio e oltre il mio aiuto in campo linguistico.
Il mio primo incontro con loro, di età intorno ai trenta, o meglio con una di loro. è avvenuto dieci anni fa. Aprendo la porta della canonica, vidi avanzarsi una giovane donna in pantaloni e maglietta, pettinata con la coda di cavallo. Era una suora vietnamita; non meraviglino i pantaloni; questo indumento è abituale per le donne vietnamite, mentre l’uso, in stile occidentale, della gonna è considerato sconveniente o addirittura immorale nel loro paese. Pertanto le suore vietnamite portano l’abito tradizionale delle suore, soltanto durante la loro permanenza in Italia e nell’esercizio delle loro funzioni.
Un giorno una di loro espresse il desiderio di andare al mare; il loro convento in Viet Nam è vicino al mare che loro frequentavano spesso. Per questo ho accompagnato con la mia vettura le ultime tre presenti a Jesolo e qui ho preso, per alcune ore, un ombrellone. Mi incuriosiva quale sarebbe stato il loro abbigliamento. In effetti, dopo essersi abbondantemente rifornite di oli solari che cosparsero sulla loro bianchissima pelle, per il poco che essa risulta scoperta, mi pregarono di non rivelare la loro condizione di suore, per evitare il giudizio della gente che, tuttavia, doveva essere parecchio meravigliata dai loro costumi da bagno, accollatissimi, che coprivano le braccia fino ai gomiti e le gambe fino alle ginocchia.
Mi sorprese la loro gioia, quasi infantile, per il contatto con l’acqua del mare.
Ora, come ho detto, anche le ultime tre se ne sono andate; non lontano però: due presso un asilo, gestito dalla loro congregazione, a Pozzolengo, una alla casa di spiritualità a Novaglie.

Porterò con me il ricordo della loro grande fede, che è stata di esempio a molti cristiani nostrani, talvolta cristiani più per tradizione che per autentica adesione. Il loro impegno, soprattutto nell’assistenza agli anziani, soprattutto quelli impossibilitati a muoversi autonomamente, è stato importante non solo dal punto di vista cristiano, ma anche sotto l’aspetto strettamente umano; a tutti hanno portato un sorriso, una parola gentile e di incoraggiamento e una preghiera.
Nel momento dell’addio, le tre suore rimaste ci hanno voluto allietare offrendoci un balletto ricco di grazia, in stile orientale, durante l’ultima Messa insieme, che potete vedere …
Poi, accomiatandosi, una di loro, quella cui mi sento più affezionato, che, un giorno, alla mia confessione di rimpiangere il fatto di non aver avuto una figlia, mi ha detto queste parole: “Io ho un padre in Viet Nam: In Italia il mio padre sei tu”, mi salutato con un bacio.

Verona – San Zeno – Chinatown

 

Verona sempre più si appresta a diventare una grande città assumendo a poco a poco gli aspetti di una metropoli.

Abbiamo un grande aeroporto che, come si conviene a una metropoli, perde quattrini a palate, abbiamo un grande stadio, quasi sempre semivuoto, e ne vogliamo fare un altro, e abbiamo mille idee in cantiere: l’autodromo (dove al massimo si faranno corse in bicicletta, ma in compenso saranno distrutti ettari di verde), la copertura dell’Arsenale (sempre per favorire il verde), la tranvia, il traforo,  ecc. ecc.

Ma la trasformazione in metropoli della nostra città avviene anche in silenzio, senza alcun progetto specifico, così, a seguito della sistemazione di piazza Corrubio, anche a Verona è nata Chinatown (o come scriverebbe la Olga ciainataun o forse la si potrebbe ribattezzare China – San Zen).
Infatti i proprietari di molti vecchi e tipici negozi della piazza, fiaccati e avviliti, prima moralmente e poi economicamente dai lunghissimi lavori per la costruzione del parcheggio sotterraneo (che serve pochissimo ed è troppo caro), hanno ceduto le loro attività ai cinesi.

Bravi questi cinesi: gran lavoratori, infatti sono sempre carichi di contante (la loro banca evidentemente è il materasso), sono sempre sani (mai visto uno in farmacia o dal medico) tanto è vero che non muoiono (mai vista la salma di un cinese) si cibano di aria (mai visto uno in un negozio di alimentari), le loro auto non necessitano di carburante (mai visto uno dal benzinaio).

Ed ora noi abbiamo fornito loro la piazza adatta: una piazza senza più un’anima, tanto somigliante alle piazze anonime di tante altre città.

Sarò forse appartenete alla schiera dei “laudatores temporis acti” ma mi duole fortemente veder scomparire giorno dopo giorno la “veronesità”.

Piazza Corrubio esprimeva la vita, il cuore e l’animo dei sanzenati: parte essenziale della cultura di Verona.

Ora ciò si perde e noi siamo un po’ più poveri.

6/1/13

La paella, il baccalà e i buoni cristiani

La paella, tutti lo sanno, è un piatto tipico spagnolo, divenuto ormai internazionale, nato sulle coste del mediterraneo tra Barcellona e Valencia. Come spesso accade la paella è nata come piatto povero; gli ingredienti che accompagnavano il riso erano infatti quello che c’era o che si poteva trovare facilmente: i frutti di mare raccolti poco lontano dalla spiaggia, le verdure di stagione, qual-che parte poco nobile di pollo, coniglio e maiale; il tutto mescolato in una grande padella (che in spagnolo di dice appunto paella, pronuncia paeglia).

Non è certamente il solo caso di piatto povero che approda ai fasti dell’arte culinaria: nel nostro veneto c’è l’esempio sublime del baccalà, pesce secco, insipido e poverissimo che la sapienza delle nostre massaie, ha trasformato, accompagnato della polenta, in piatto prelibato (in termini plebei, polenta e baccalà; in termini aulici, pesce veloce del baltico con crema di mais). Come ha fatto il baccalà ad arrivare nel Veneto? Lo si deve a un commerciante veneziano, Nicola Michiel che aveva iniziato una proficua esportazione di vini nei Paesi Bassi. Durante un viaggio in nave con questo carico si imbatté in una terribile tempesta nella Manica; la nave perdette l’albero e il timone e andò alla deriva, toccando terra, con l’equipaggio decimato per la fame e il freddo, in un’isola che però era deserta.
Tuttavia Michiel non perse la speranza perché aveva notato una grande croce sul punto più alto dell’isola, segno che da qualche parte dovevano esserci dei buoni cristiani. Questi infatti vennero, come facevano periodicamente, sull’isola, videro i poveri naufraghi e li portarono nelle loro case dove, da buoni cristiani appunto, diedero loro da mangiare, li rivestirono e fornirono loro i mezzi per tornare a casa. In questa avven-tura, al mercante Michiel non era sfuggito che gli abitanti di quelle lontane isole (isole Lofoten, in Norvegia, non lontane dal Circolo Polare) si cibavano di un pesce essiccato al sole che conserva-vano in appositi capannoni (pesce stockato = stok fish = stoccafisso) e ne iniziò l’importazione con vantaggio per tutti: i pescatori norvegesi, Michiel, che si arricchì, e le nostre gole.
Tutto ciò nato per un gesto di carità cristiana di quei sicuramente poveri allora, pescatori norvegesi.

Ma cosa c’entra la carità cristiana con la paella? Per noi parrocchiani di San Pancrazio c’entra e molto.  Da tempo infatti, alcune Signore della nostra Comunità mettono a disposizione le loro notevoli capacità culinarie per offrirci un  piatto abbondante e gustosissimo di paella, chiedendoci in cambio un obolo non per il loro servizio ma a beneficio delle missioni in Guinea Bissau. Ma questo gesto di carità cristiana non è il solo che compiono: altrettanto importante è il fatto che la paella di Porto San Pancrazio, ora esportata anche in altre parrocchie, serve a riunire periodicamente molti di noi in amicizia fraterna. Anche per questo perciò va il nostro ringraziamento alle signore della paella.

Arroganza del potere

Lettera inviata all’Arena

Alcuni giorni or sono è stata ufficialmente inaugurata la piazza antistante alla chiesa di San Pancrazio, intitolata a Papa Giovanni Paolo II.

Pochi, purtroppo, i partecipanti, sicuramente a causa di un difetto di informazione. Buona comunque la nuova sistemazione, anche se la piazza è guastata nel suo aspetto da un mostruoso palazzo in costruzione (complimenti a chi ha dato il permesso di costruire un palazzo del tutto stonato rispetto all’ambiente) e la spesa (160.000 €, se ben ricordo) mi pare eccessiva.

L’inaugurazione è stata presieduta dal Sindaco, che ci ha fatto questo onore, giungendo puntuale con l’auto blu. In questo caso, l’uso dell’auto ufficiale è sicuramente corretto.

Sin qui niente da dire, se non che l’autista, dopo aver scaricato il sindaco, ha fermato la macchina esattamente davanti a un passo carrabile.

Mi sono rivolto a un vigile e gli ho chiesto se il sindaco ha il permesso di sostare dove è vietato. Mi ha risposto,molto cortesemente, che la vettura non era in sosta, ma soltanto in fermata, come era provato dal fatto che l’autista era sul posto e quindi poteva rimuoverla in qualsiasi momento.

Ho fatto notare al vigile che, davanti alla macchina, c’era tanto posto da potervi parcheggiare un TIR: sarebbe stato sufficiente avanzare di tre o quattro metri e che, per questa ragione, consideravo il fatto come una piccola, ma non trascurabile manifestazione di arroganza del potere. Il vigile mi ha risposto con un sogghigno di difficile interpretazione.

Più tardi un amico mi ha dato una probabile spiegazione del tutto. Davanti al passo carrabile c’era ombra, mentre i posti liberi poco più avanti erano al sole (il sole di ottobre…) e quindi l’autista ha evitato al sindaco, quando fosse risalito in macchina, un disagio o addirittura (Dio non voglia) un malessere.

Continuo a pensare che questo atteggiamento configuri un’arroganza del potere, come quello tenuto dalla senatrice Bonfrisco che si è rifiutata di togliersi le scarpe (le scarpe, non le mutande) ai controlli aeroportuali.  (Ma chi è la senatrice Bonfrisco? E’ un illustre Carneade che ogni settimana va a Roma a nostre spese, per scaldare i banchi del Senato…)          

Berlusconi va in Tunisia.

Il titolo di testa dell’Arena di ieri recita: Berlusconi va in Tunisia. Nasce spontaneo, ovvio e lapidario il commento: speriamo che ci resti. Come il suo amico, il latitante Craxi; meglio ancora se trattenesse con sé anche Maroni. Sarebbe un’’autentica benedizione: la magistratura potrebbe cominciare a occuparsi di altre cose oltre che dei vari processi alle malefatte del nostro presidente e di un buon numero di belle ragazze facili

Meno male che Silvio c’è, dice uno slogan.

Assolutamente pertinente per tutte le olgettine beneficate da una pioggia di Euro e per i loro genitori non più costretti a lavorare per vivere potendo usufruire dei benefici derivanti dalla lucrosa attività delle figlie.

Festeggiare oppure no l’Unità d’Italia?

Molti sono gli argomenti dei contrari. Chi dice che la data è discutibile: 150 anni fa è nato un Regno (e non una Repubblica) d’’Italia ancora privo di Roma e Venezia; altri obiettano che il moto che ha portato all’’unità non è stato affatto popolare, ma un movimento d’’èlite; molti altri sono gli argomenti dei contrari, parte dei quali certamente degni di considerazione e di dibattito.

Ma io ritengo che, al di là di tutto questo, sia giusto festeggiare la nostra unità, l’’unità dei cittadini che si sentono appartenenti alla nazione Italia, perché si sentono parte di quella cultura che ha espresso una letteratura (da Dante a Manzoni, dal siciliano Tomasi di Lampedusa al triestino Italo Svevo), una pittura (dal siciliano Antonello da Messina al veneto Tiziano), una musica (dal siciliano Bellini al veneziano Vivaldi) che si possono definire senza alcun dubbio italiane.

Io sento di appartenere, sia pure come modesto rappresentante, a questa cultura e me ne se sento onorato.

Certo chi non si sente parte di questa cultura, non ha niente da festeggiare. Tuttavia vorrei osservare che essere nati in Italia e non sentirsi parte di questa cultura, significa spesso essere privi di cultura.

L’’amore per l’’Italia e il dolore per la sua decadenza, che io profondamente sento, hanno portato Dante a scrivere quei versi, triste immagine del presente:

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di province ma bordello”

(Div. Comm. Purgatorio, canto VI).

inseminazione eterologa

lettera spedita a L’Arena

Ogni donna in procinto di generare un figlio si augura, spera ed eventualmente prega perché il proprio figlio nasca sano, privo di difetti, bello e intelligente. Questa affermazione è lapalissiana. Nessuna donna vorrebbe un figlio portatore di handicap, anche se la grande maggioranza delle madri che si trovano ad avere, per esempio, un figlio down, riversano su di lui tutto l’amore di cui sono capaci e sacrificano molto della loro vita per accudirli. Ho detto che la mia affermazione iniziale è lapalissiana, ma non è così. La natura infatti ha stabilito che i neonati abbiano una madre e un padre. Non sempre ciò avviene; talvolta viene a mancare la madre quando, fortunatamente sempre con minor frequenza, muore di parto, più spesso manca il padre, che, dopo aver dato il suo contributo al concepimento, può morire o può, irresponsabilmente, sottrarsi al suo dovere. Ma, negli ultimi tempi, si sente parlare di donne, soprattutto famose e non più giovani, che decidonodi generare un figlio usufruendo del seme di un donatore anonimo, decidono cioè di mettere al mondo un figlio che porterà sempre l’handicap di non avere un padre. A mio parere, queste donne non compiono un gesto d’amore nel dare una nuova vita, ma un gesto egoistico, destinato soltanto a puntellare la loro esistenza.

Alberto Signorini

 

Pubblicata su L’Arena del 14.12.2010

 

 

Un pugno di mosche

 

L’articolo sottostante è stato pubblicato oggi 30 settembre sul giornale L’Arena

Apprendo da una trasmissione televisiva che Marchionne, amministratore della FIAT, guadagna quattrocento volte quello che guadagna un operaio della stessa azienda. In compenso l’interessato dice che lui lavora più di tutti; che lavora tutto il giorno, spesso anche nei giorni festivi. Cosa si può dire? Che l’amministratore della Fiat è un povero. Infatti, delle cose che rendono la vita degna di essere vissuta ne ha soltanto una: i soldi, ma non ha il tempo per goderseli; inoltre gli mancano molte altre cose: il tempo libero per coltivare le amicizie, per andare a passeggio nei campi, per contemplare il cielo in una notte di luna, per leggere qualche buon romanzo, ascoltare della buona musica. Sì Marchionne è un povero; vive per lavorare anziché lavorare – com’é giusto – per vivere. No, non l’invidio; alla fine della sua vita, al di là potrà portare, forse, soltanto il tabulato del suo estratto conto bancario: un pugno di mosche.

La bottega del vino

Lettera inviata all’Arena il 12 settembre 2010

Fine anni cinquanta. Tutti i pomeriggi, verso le sei, mio nonno, circa ottantenne, usciva dalla sua casa in via Scrimiari, proprio sopra all’antica trattoria “alla Canna”, dove la Signora Maria, prima di diventare la sua seconda moglie, cucinava il miglior baccalà alla vicentina – a giudizio di mio nonno – dell’intero orbe terraqueo. Aiutandosi con il bastone e con passo lento, giungeva alla Bottega del  vino. Appena entrato, buona parte degli avventori presenti lo salutava amichevolmente: “Bonasera, sior Ferruccio”, “Come stalo sior Ferruccio”, “Come vale le so gambe?”. Immediatamente la cameriera passava lo straccio su uno dei tavolini rotondi vicini all’ingresso, dicendo: “El se comoda sior Ferruccio” e lo serviva del suo abituale quarto di vino bianco fresco. Egli lo beveva lentamente, tenendo il bastone tra le gambe e scambiando qualche parola con i presenti.Poco dopo il suo arrivo, spesso, entrava anche suo fratello Egisto, dopo aver chiuso il suo negozio di mobili in via Rosa. Di carattere estroverso, il suo ingresso animava tutto il locale: salutava tutti ad alta voce, girando tra i tavoli e distribuendo pacche sulle spalle qua e là; poi si avvicinava al banco, ordinando un bianco per sé e per chi aveva intorno e raccontava l’ultima. Talvolta, io sospendevo la passeggiata in via Mazzini per salutare  il nonno che mi faceva sedere accanto a sé e mi ordinava un’aranciata (avrei preferito anch’io un bicchier di vino, ma mio nonno giudicava che io non avessi l’età: ero intorno ai sedici anni).

Quindici anni dopo, frequentavo ancora la Bottega del vino; ci andavo spesso, con mia moglie, a mangiare qualche bocconcino prima di andare al cinema. Poi la Bottega ha cominciato a cambiare, divenendo, poco alla volta un ristorante di lusso. Ora, mi si dice che sta per chiudere. La notizia mi lascia indifferente: per me la Bottega era già morta da quando si è cominciato a coprire i tavoli con le tovaglie, da quando cioè ha cessato di essere un’osteria.

 

Funicolare di Castel S. Pietro

Lettera inviata all’Arena

Ricordo molto bene – ne ho la certezza – di essere salito a Castel San Pietro con la funicolare, accompagnato da mio padre. Era una domenica mattina invernale; ricordocom’ero vestito (cappotto, sciarpa, berretto con visiera e copriorecchie e calzoni corti,come usavano a quei tempi i bambini); ricordo com’era vestito mio padre (indossavail famoso spigato siberiano di fantozziana memoria).

C’è però un problema. L’Arena afferma che la funicolare ha cessato di funzionare alla fine del 1944. Io, all’epoca, avevo due anni e mezzo. E’ possibile che i miei ricordi risalgano a quella così tenera età, tuttavia mi pare molto improbabile che mio padre abbia voluto portarmi sulla funicolare in un momento così difficile, con il pericolo dei bombardamenti, tenuto conto anche che io, nel 1944, ero sfollato con miamadre e i nonni a S. Zeno di Montagna.

Qual’è la soluzione del problema? A mio avviso la funicolare è stata rimessa in funzione nel dopoguerra, forse soltanto per pochi giorni, forse soltanto per un giorno,per prova, in vista di una sua riapertura definitiva, che certamente era stata prevista.

Il fatto che mio padre vi sia salito può essere legato a un suo possibile interessamento alla fabbricazione di eventuali parti di ricambio. Mio padre era infatti titolare di una officina meccanica che già fabbricava pezzi di ricambio per le motrici a vapore delleFerrovie dello Stato e potrebbe esserne stato incaricato, informalmente, da Piero Gonella, fratello del più noto Guido, assessore del Comune e nostro vicino di casa.

Mi piacerebbe avere conferma di questa temporanea riapertura.